IL SEMINARIO DIAF E LA “MINACCIA” VIDEORAMA

•Giugno 29, 2009 • Lascia un Commento

Nel 2005, di ritorno dal Seminario Diaf di Garda scrissi questo articolo che mi sembra molto attuale. 

Mi chiamo Pierfrancesco Fimiani, sono delegato regionale e membro del direttivo dell’Aternum Fotoamatori Abruzzesi di Pescara. Assieme al mio amico Camillo Di Tullio realizzo diaporami dal 1991. Lavoro da oltre dieci anni nei settori dell’animazione, dello spettacolo e dell’organizzazione di eventi e manifestazioni. Ho partecipato personalmente ai seminari di Salsomaggiore, Torri del Benaco e Garda.

Ebbene, il Seminario DIAF, dal mio punto di vista certamente influenzato dalle mie conoscenze professionali, è di ottima qualità e i risultati, in termini di presenze crescenti, si vedono.  Lo staff è affiatato, le responsabilità e i compiti sono ben ripartiti. La sistemazione alberghiera è di livello accettabile, considerato il periodo di bassa stagione e la necessità di disporre di strutture con adeguate sale di proiezione. L’impianto audio non è sempre di buon livello, tuttavia il noleggio di service professionali costa centinaia di euro, dunque non si può addebitare all’organizzazione una scelta tanto decisiva in termini di risparmio. In definitiva, quindi, il giudizio è buono, sotto tutti i punti di vista.

Tuttavia qualche cosa può e deve cambiare. Mi riferisco alla selezione dei lavori, alla loro classificazione e, soprattutto, all’approfondimento critico.

Classificazione e selezione.

In un mio intervento al Seminario di Torri, tre anni fa, rilevai la necessità di suddividere per generi i lavori da proiettare. Sembra che questa esigenza stia diventando sempre più sentita e mi auguro che si giunga in tempi rapidi ad una catalogazione che guidi pubblico e critica alla visione e al giudizio di un AVF.

Io ritengo che – durante il seminario – i “salti” tra diaporami siano deleteri, poiché impediscono i raffronti, negano la possibilità di capire le tendenze e le impronte stilistiche, scoraggiano la nascita di filoni o scuole. Classificare per poi selezionare, selezionare per ridurre i tempi, ricavando maggiore spazio per la discussione.

Al termine di una sessione di proiezione arriviamo tutti stanchi… intellettualmente e fisicamente; per non dire annoiati.  Abbiamo visto di tutto su quello schermo. Siamo passati dal reportage africano alla proiezione didattica per la scuola. Siamo balzati con indifferenza dal diaporama brillante a quello storico o della memoria. Ci siamo compiaciuti del diaporama poetico per essere catapultati in quello di genere. Lo spettatore, in questo modo, “soffre”. Selezionare vuol dire non proiettare tutti i lavori. La scelta è dolorosa, non se ne dubita, ma occorre aver il coraggio di operarla per permettere a tutti di crescere. È condivisibile quanto scrive il Sig. Callioni sull’ultimo numero del notiziario, ovvero: quali sono i diaporami migliori? Quale gran giurì stabilisce chi sta dentro e chi sta fuori?  Tuttavia, il legittimo diritto di chi vuole proiettare tutti i lavori si scontra con quello degli spettatori (che hanno diritto a non annoiarsi), con quello degli altri autori (che hanno diritto ad un commento approfondito ed uguale per tutti), ed infine con quello del seminario stesso, che ha il diritto/dovere di essere contenuto entro tempi accettabili e fasi di lavoro che siano le più possibili snelle. Una soluzione (chiamiamola pure compromesso) deve essere trovata. Sicuramente, alla luce di queste considerazioni, i concorsi a tema non possono più avere spazio, anche perché non apportano quegli elementi di crescita che sono in linea con un seminario.

Riducendo i tempi, attraverso la classificazione e la selezione, in sala si affronterà, finalmente, un discorso approfondito che esuli dalla tecnica per approdare all’analisi poetica dell’opera.

Ma siamo giunti al secondo dei punti che voglio trattare.

L’approfondimento critico.

Per quale motivo nessun commentatore si preoccupa di recensire un diaporama sulle pagine del Fotoamatore? Il fatto è curioso se si considera che, sulla nostra rivista, oggi FOTOIT, si legge di tutto e di tutti, eccetto che di diaporama e diaporamisti. Al massimo troviamo brevi resoconti post evento, come quello di Giorgio Tani sul numero di febbraio. A Garda ho addirittura scoperto che il bravo Davighi non è mai stato menzionato per i suoi numerosi successi internazionali…

Tuttavia questo non deve stupire… Possiamo, infatti, affermare che, durante il Seminario, i nostri lavori siano approfonditi criticamente?  Possiamo negare che l’unico tema che ci appassiona sia quello della tecnica? Sono mai stati avanzati (o considerati con interesse) criteri innovativi – o non convenzionali – di lettura? È mai capitato che intellettuali d’altra provenienza, rispetto alla fotografia artistica/amatoriale, abbiano mostrato interesse per i nostri montaggi sonorizzati?

Nel frattempo, su FOTOIT di febbraio (con tre mesi di ritardo), si ammonisce, per l’ennesima volta, che il diaporama “…non è cinema.” .

A questo punto, si deve avere il coraggio di ammettere che:

a)    non c’è interesse nell’approfondimento critico di un diaporama.

b)    il giudizio (il più delle volte finalizzato ad un ordine di classifica) ha il sopravvento rispetto alla lettura critica.

c)    il diaporama è ancora troppo legato alla fotografia e ai suoi tipici e specifici canoni di lettura.

d)    i diaporami non suscitano, mediamente, interesse e passione al di fuori dell’ambiente di chi li produce.

e)    l’ambiente è fermo alle stesse considerazioni che si facevano nel 1991.

Il risultato è che, ancora oggi, a differenza con la fotografia, non esiste una critica diaporamistica, e se esiste non è aggiornata, approfondita e, soprattutto, moderna. Tutto ciò alla vigilia di una rivoluzione tecnico-linguistica senza precedenti.

 Io ritengo che per superare questo stallo si debba trarre spunto, ancora una volta, dal cinema… (!)

 Come si procede nella lettura critica di un film? Riassumo cosa scrive il critico Paolo Mereghetti:

un critico cinematografico parte dalla sceneggiatura, analizza il contesto storico, artistico dell’opera, sottolinea le interpretazioni degli attori e, per completare la sua analisi, non prescinde mai dalla storia dell’autore, da chi esso sia e da cosa rappresenti nell’ambiente. 

Anche in un diaporama l’analisi critica potrebbe partire dalla sceneggiatura (l’idea), ma, soprattutto, perché non insistere maggiormente sulla conoscenza dell’autore; sapere chi è, che cosa fa nella vita, da quali esperienze culturali, artistiche e professionale provenga. Sarebbe utilissimo che lo stesso autore parlasse del suo lavoro, di se stesso, della sua anima, del suo sentire… Che affermi, in sostanza, che cosa ha voluto esprimere.  Sarebbe proficuo, oltre che interessante, che spiegasse gli accorgimenti tecnici, linguistici e stilistici che ha adoperato per manifestare la sua idea e per trasmetterla al pubblico. Mi sarebbe piaciuto, in base a questo criterio di analisi, che il Sig. Groppi, autore di “Ritorno a Barbiana”, avesse spiegato di persona, e a caldo, il suo lavoro, e non dopo mesi sulle pagine del notiziario.

In definitiva, approfondire vuol dire mettere in secondo piano il fattore tecnico, ma per fare ciò bisognerebbe dare per scontato che tutti i diaporamisti siano discreti fotografi, oppure che siano tutti competenti in fatto di montaggio e scelte musicali; così facendo, quell’insopprimibile istinto a giudicare una determinata scelta artistica  potrebbe, finalmente, venir meno…

 Alla luce di questa impostazione, ecco che, nel momento in cui si guarda uno spettacolo AV, sorgono altre questioni:

1)    chi è l’autore.

2)    cosa ci vuole raccontare.

3)    perché ce lo vuole raccontare.

Ed infine il quarto punto, il fattore più squisitamente tecnico:

4) Come ce lo racconta..

 Alla luce di questa impostazione, la questione sollevata dal Sig. Zanetti, sull’utilizzo delle immagini riprodotte, acquisisce un senso differente, più moderno: se queste sono state strumentali ad un concetto, ben vengano; se sono state utilizzate casualmente, e senza adeguata motivazione artistica, allora possono essere discusse.  Alla luce di questa impostazione, la questione che riguarda l’uso del parlato, suggerisce altre chiavi di lettura: cosa viene detto, quale è il concetto espresso, come viene espresso e perché – a volte – la voce prevale sull’immagine fotografica. Alla luce di questa impostazione, la questione che riguarda la qualità dell’immagine fotografica assume un connotato più interessante: se descrivo un disagio psicofisico, l’immagine sfocata (o volutamente sporcata) potrebbe essere drammaturgicamente più efficace, ed avere maggiori capacità evocative, rispetto ad una fotografia nitida e colorata.

 Ecco che, finalmente, il commento tecnico segue quello critico, e non viceversa.

Qualcuno obietterà che è pura utopia, che non c’è il tempo materiale per analizzare i lavori secondo questo schema. Altri diranno che non tutti i lavori meritano questo approfondimento.

Non sono considerazioni sbagliate, ma una soluzione, anche qui, deve essere trovata, altrimenti il nostro genere sarà destinato alla fruizione di pochi appassionati.

Io da artista, da creatore di emozioni, non ho grandi poteri. Posso solo continuare a ideare – e a mettere in scena – spettacoli emozionanti, con la speranza che pubblico e critica si interessino alle mie produzioni. Ma non posso essere solo in questo sforzo. Il mio obiettivo deve essere condiviso da tutti i diaporamisti. Tutti noi abbiamo il compito di avvicinare gente comune e critica, in una parola: divulgare il genere.Ma facendolo dobbiamo avere il coraggio di mostrarlo nella sua versione artistica migliore, nella sua versione moderna, senza preclusioni, senza limitazioni teoriche o generazionali…

 A questo punto del discorso si inserisce bene una parentesi che conferma le mie perplessità legate alla delimitazione del genere a pochi interessati. All’arrivo a Garda ho letto, sul manifesto pubblicitario del Seminario, il seguente sottotitolo alla manifestazione: “…proiezioni di viaggi e divertimento”.  Questo slogan non mi stupisce, e mi preoccupa!

Preoccupa che il diaporama artistico sia ancora accomunato alle proiezioni domestiche che si fanno tra amici di ritorno dalle vacanze. Stupisce che a fare questa associazione di idee non sia un inesperto o un profano, ma che siano gli stessi diaporamisti, ovvero gli addetti ai lavori, i primi che dovrebbero dare considerazione e valore alla propria arte.

Io penso che l’AVF (come genere) sia un mezzo artistico vero, efficace più di altri per esprimere pensieri e stati d’animo, su tutti gli argomenti. Da chi, se non da noi addetti ai lavori, può provenire lo stimolo adeguato per far capire al grande pubblico che cos’è un diaporama, che valore abbia per la cultura e l’arte e che potenzialità nel suscitare emozioni…

Il pubblico, la Fiaf, il mondo della cultura in genere, vanno dunque educati ad una considerazione più alta e moderna del genere. E per farlo occorre scrollarsi di dosso i preconcetti, tanti, che circondano questa bella arte. Uno di questi è quello che si desume dal manifesto di Garda, la teoria secondo la quale il pubblico profano preferisca i diaporami facili rispetto a quelli di concetto.

Io non credo che il cinema avrebbe avuto lo stesso successo se si fosse limitato a far vedere sequenze spettacolari, come agli inizi accadde con la mitica locomotiva impazzita che sembrava fuoriuscire dallo schermo. Il cinema si avvicinò all’arte, e dunque al successo planetario, quando iniziò a raccontare… e anche un diaporama, per fortuna, ha questa capacità… e lì dove c’è un messaggio non esiste pubblico profano che non sia in grado di capirlo.

Conclusioni.

Il futuro del diaporama è reso incerto dallo sviluppo tecnologico; con il declino della diapositiva, il nostro mondo, fatto di diaproiettori e centraline, scomparirà. Apprendere che un ragazzino ignori cosa sia un diaproiettore o, peggio, una diapositiva, è sconvolgente per chi, come me, ama questa tecnologia!

Le avvisaglie di questa rivoluzione tecnologica finalmente si avvertono anche nel nostro ambiente.

Oggi si parla e si scrive con sempre maggiore frequenza di nuove apparecchiature, ma purtroppo si insiste sulla parte tecnica e perfino terminologica (diapo/video/rama), invocando, allo stesso tempo, rispetto per i vecchi canoni, le solite consuetudini e i tradizionali criteri di giudizio.

Parliamoci francamente, il diaporama non corre il rischio di diventare videorama. Il diaporama è già videorama; la differenza terminologica è perfino superflua.

Questa rivoluzione tecnica produce straordinarie innovazioni linguistiche che potrebbero farci dimenticare le vecchie formule. Fotografie originali, musica, durata, sintesi, dissolvenza, terza immagine… tutti concetti  che non avranno più lo stesso peso…

Quale la scelta? Adeguarsi oppure proseguire nel vecchio modo di concepire il genere?

Non ho una risposta valida che accontenti tutti, quello che mi sento di dire è che chi pensa in modo tradizionale non imponga il suo credo a chi è ansioso di sperimentare nuove strade; gli obiettivi, in fin dei conti, sono sempre gli stessi. Chi crede nel diaporama tradizionale continui a farlo. Chi crede in un diaporama sempre più video, non si dia al cinema, ma crei uno stile diaporamistico nuovo. I tradizionalisti guardino con interesse alle nuove frontiere del genere. Gli innovatori sappiano che nulla si può inventare senza prima aver conosciuto e frequentato l’AVF tradizionale.

Il vecchio diaporama muore… Viva il nuovo!

 (2005)

Diaporama anno zero.

•Giugno 21, 2009 • Lascia un Commento

Su Wikipedia è scritto che il diaporama nacque in Francia, intorno agli anni ‘50.

Non so chi l’ha inventato, né chi l’ha introdotto in Italia. Quello che ho appreso deriva dai racconti di coloro che ho conosciuto a partire dagli anni ’90, quando il livello del diaporama italiano era in crescita, ma  tedeschi, francesi (ed europei in genere) continuavano a superarci abbastanza sistematicamente.

In definitiva, per quanto è di mia conoscenza, colloco “l’anno zero” del diaporama italiano, intorno agli anni ‘70.

Per “anno zero” intendo il periodo iniziale, lo start up… quando il possedere un sistema (centralina, diaproiettore e multitraccia) non era sufficiente per produrre opere di livello pari a quelle che si realizzavano oltre confine.

Fu grazie ad alcuni grandi personaggi che il movimento accelerò. Grazie alla frequentazione abituale dei festival internazionali, impartirono consigli, introducendo  dibattiti su come giudicare un lavoro, su quali fossero i pilastri del genere e come utilizzare determinate tecniche. Finalmente si cominciò a dare giusta importanza all’idea, e divenne chiara la differenza tra un diaporama e una sequenza sonorizzata.

Superato “l’anno zero”, la missione formativa/divulgativa che si sviluppò fu sancita dalla nascita del Diaf e dall’organizzazione dei Seminari, dopo i quali giunsero i primi, importanti, risultati. Io stesso (nel mio piccolo) posso vantare alcune affermazioni internazionali, merito del confronto serrato, a tratti spietato, che si generava durante le nostre riunioni. Quella “tensione” artistica ed agonistica, unita alla formazione e alla dialettica, furono fattori determinanti per la crescita del linguaggio audiovisivo.

Forse mancò – come già scrissi all’epoca – l’apertura verso gli ambienti intellettuali e critici audiovisivi; ci si limitò a coinvolgere alcuni personaggi della Fiaf i quali, ponendo l’accento sulla fotografia, non furono di grande aiuto.

Di fatto, questa era la situazione, così come la ricordo (e l’ho lasciata) nel 2005, 2006.

Dopo un periodo di sospensione, determinato dalla mia paternità, torno ad occuparmi di diaporama come giurato per il circuito che ha fatto tappa a Pescara. Ho visionato oltre 80 lavori… e ne ho tratto un giudizio molto severo, sintetizzabile nella seguente, grave, affermazione: siamo al “secondo anno zero” del diaporama italiano.

Per spiegare il mio punto di vista devo necessariamente fare ricorso ad una similitudine.

Verso la fine della grande guerra, alcuni eserciti già pensavano ad introdurre armamenti e strategie moderne. I generali più lungimiranti riuscirono – per loro fortuna – a convincere i rispettivi Stati Maggiori, mentre gli altri rimasero ancorati alle vecchie  concezioni belliche. Con lo scoppio della seconda guerra, la differenza tra chi si era aggiornato e chi aveva rifiutato qualsiasi forma di rinnovamento, fu clamorosa e le conseguenze disastrose.

Nel diaporama è accaduto qualche cosa di simile, anche se di molto meno cruento!!!

I diaporamisti che utilizzavano esclusivamente strumenti analogici e che provenivano dalla scuola (poi evolutasi) della sequenza sonorizzata, hanno perduto il vantaggio competitivo conquistato in anni d’onorata carriera. Se avessero metabolizzato prima la rivoluzione digitale, probabilmente avrebbero attutito l’impatto, e il livello dei loro lavori non  sarebbe calato, ma addirittura migliorato, poiché il computer fornisce – obiettivamente – più opzioni creative.

Viceversa, chi è “nato” in epoca digitale è avvantaggiato, ma non riesce a dare spessore alle proprie opere, poiché difetta di esperienza e di stimoli, che non trova nei diaporamisti “ex analogici”… legati a schemi concettuali ed artistici differenti.

In sostanza, sia ai “digitalisti” che agli “ex-analogici” manca una comune storia “di genere”.

Come accade  a chi, dal piccolo motorino passa alla motocicletta potente.

La ciclistica dei due mezzi è simile, ma le performance e le tecniche di guida, nettamente diverse… Oggi siamo costretti (non per scelta) ad utilizzare tutti una motocicletta di grande cilindrata, ma nessuno può chiedere aiuto a nessuno. È l’anno zero: tutti dobbiamo prima imparare a guidare e poi far rendere il mezzo al massimo…  sbagliando e riprovando, riusciremo (come è accaduto tra gli anni’80 e ‘90) a stabilire nuovi canoni linguistici e a stabilire (in modo naturale) chi sono i più bravi, i futuri maestri, coloro  che fungeranno da fattore di stimolo per tutto il movimento che – da quel momento  -  tornerà a crescere.

Si poteva evitare tutto questo. Temo di si….

Se il conducente del motorino, sapendo che prima o poi sarebbe passato ad una cilindrata superiore, avesse fatto pratica con moto leggermente più potenti, il passaggio sarebbe stato meno traumatico… ed i risultati… più veloci.

Per di più, nel diaporama, non conta lo strumento, che è sempre stato in costante evoluzione. Conta l’idea, la drammaturgia e la capacità di evocare emozioni attraverso lo spettacolo.

Viceversa, negli ultimi anni, si è dato tanto, troppo, spazio allo strumento, a discapito del giudizio drammaturgico.

Attraverso vari articoli, ho ammonito l’ambiente affinché fosse meno sospettoso nei confronti delle novità linguistiche introdotte dai computer.

Mi sono scontrato molte volte con la platea dei Seminari quando questa s’intestardiva nel giudicare la fotografia o la colonna sonora, ignorando argomenti cruciali come quello del “come rendere spettacolare (dunque emozionate) un’idea”. Ho criticato l’uso dell’estensione .exe, ritenendola limitativa, superata, ed inaffidabile… infatti ancora ieri, ben 4 lavori non erano leggibili dal nostro PC, se non istallando fantomatici file di aggiornamento … un assurdità, se si pensa che da anni esistono estensioni molto più semplici, che viaggiano universalmente in Internet, Tv e DVD e su tutte le piattaforme, apple e windows.

I tradizionalisti – inizialmente e per molti anni – sono stati diffidenti e super cauti.

Ricordo inutili disquisizioni sulla scarsa qualità del digitale. Ricordo lo scontro tra i diaporamisti e i fotografi con la loro inappropriata visione … come la volta in cui mi scontrai con “l’incontestabile” Sergio Magni, ad un seminario di Salsomaggiore…quando sostenevo che il diaporama aveva diritto ad una sua libertà espressiva, senza soffocamenti imposti da rigidi schemi concettuali, tratti dalla fotografia (analisi interna, analisi esterna, 80% fotografia, 20% colonna sonora). Seguirono lavori ritenuti dissacranti poiché giudicati “troppo” al di là… che flirtavano con il cinema, e pertanto degeneri.

Ricordo un giovane che a Salsomaggiore, presentò un lavoro utilizzando la sua telecamera. L’opera proponeva – per la prima volta – frame di immagini in movimento. La platea non solo si scandalizzò, ma “punì” il reo con l’indifferenza. “Non appartiene al genere”, si disse!

Delle due una: o il ragazzo coniò un nuovo linguaggio audiovisivo (ed allora eravamo al cospetto di un genio!) oppure (come credo) realizzò semplicemente un’opera moderna (o di avanguardia) che avrebbe meritato un intero Seminario monografico.

Non ho più rivisto, ne sentito parlare di quel ragazzo. Viceversa sono spuntati neo autori che usano (male) la pixillation.. mentre ex diaporamisti esperti l’ ignorano.

Di fatto siamo artisticamente fermi.

L’anno zero si poteva evitare… se la rivoluzione digitale fosse stata accettata con più ottimismo, e maggiore curiosità.

Il diaporama è spettacolo. Fonte di emozioni visive e concettuali. Non meno del cinema, e diversamente dal cinema affinché la sua magia si compia, è necessario che l’ingranaggio: idea – fotografia – montaggio – colonna sonora – regia, funzioni perfettamente; se si realizza la sincronia perfetta, scatta il risultato che è (e deve essere) lo spettacolo! Ovvero, l’ideale tensione drammaturgia.

Tutti gli strumenti e le tecniche devono essere funzionali allo spettacolo.

Per spettacolo intendo quella sottile tensione che incolla lo spettatore alla sedia, senza che questo perda, neppure per un secondo, la sua concentrazione visiva ed emotiva.

Negli anni ‘80 e ‘90 le tecniche erano poche e consolidate e la fotografia primeggiava. Oggi sono quadruplicate e gli strumenti sono diventati più performanti… la logica vorrebbe che l’autore sia avvantaggiato … ed invece è accaduto il contrario: i lavori si sono uniformati ed appiattiti creativamente.

Quasi nessuno dei diaporama che ho visionato spicca per intensità e/o spettacolarità. La creatività si concentra nell’utilizzo delle tecniche… Soprattutto i nuovi autori, ne fanno sterile sfoggio. Troppe volte mi sono chiesto il perché.  Di una dissolvenza veloce… di un passaggio al colore… di un pan o uno zoom… Perché?  È evidente che manca formazione… informazione… confronto. Mancano modelli, punti di riferimento, autori cult.

In verità, ho verificato che gli “ex esperti” sono ancora capaci di dare spessore drammaturgico ai lavori, ma risultano ancora troppo diffidenti verso tecniche che, ad un certo punto della narrazione, potrebbero essere efficaci. In questo modo si perde l’occasione di realizzare lavori più moderni ed intensi e il risultato sono montaggi in stile anni ’90, in formato digitale anziché analogico.

Se gli amici autori della generazione analogica riuscissero a liberarsi della diffidenza, andrebbero (in modo naturale) a rappresentare quel punto di riferimento che i giovani talenti devono avere per poter migliorare.

Anni fa conclusi un mio articolo con la seguente affermazione: ho lanciato una pietra… vediamo che cosa succede. Oggi mi piace concludere in maniera simile, aggiungendo che bisogna fare in fretta!

Francamente, non mi va di trascorrere altri due giorni guardando lavori che, per il 40% sono sfoggio di tecnologia digitale e per il restante 55% una riproposizione digitale dei diaporama degli anni ‘90.

Mi sono riservato un 5% di opere che vanno nella giusta direzione… affinché nessuno dica che ho generalizzato!

Vediamo che cosa succede…

Il corsostage “fotografia 2.09″

•Aprile 26, 2009 • Lascia un Commento

(in costruzione)

Buona estate…

•Agosto 13, 2008 • Commenti disabilitati

Il “non” programma del candidato consigliere

•Maggio 28, 2008 • Lascia un Commento

Questo il mio programma per le elezioni Fiaf di Cesenatico. Lo definii, non programma.

Un NON PROGRAMMA è una NON ELENCAZIONE di buoni propositi. E’ una semplice rappresentazione di concetti che possono trovare applicazione solo se condivisi da altre persone che fanno parte dello stesso team di lavoro.

Ho deciso di non ricorrere all’esposizione tradizionale di “programma elettorale”, poiché le proposte in esso contenute non potrebbero, per com’è strutturato il nostro statuto, essere immediatamente applicate. I consiglieri aiutano e sostengono il presidente attraverso le idee, l’esperienza e l’impegno nei dipartimenti.

 

Qualora fossi eletto, sarei animatore…:

  • … di proposte; che puntino al consolidamento dei valori forti della nostra federazione, quelli che ne hanno consentito la nascita, la crescita e lo sviluppo, soprattutto degli ultimi dieci anni.
  • … di idee; che diano slancio e modernità al sistema organizzativo e che, oltretutto, siano lungimiranti in vista delle future trasformazioni della fotografia e del sistema associativo.
  • … di una impostazione di lavoro; che sia orientato alla managerialità. Pertanto sarei esempio di un approccio lavorativo desunto dalla mia vita professionale.
  •   di sentimenti; gli stessi che mi hanno animato negli anni: passione, entusiasmo, attenzione a tutto, e creatività.

 

Ecco  dove m’impegnerò per ottenere risultati importanti:

 

MI IMPEGNERO’ NELLA VALORIZZARE DELLE RISORSE UMANE

Come dimostra il vissuto delle grandi associazioni nazionali, la crescita è dettata sempre dalle risorse umane che lavorano all’obiettivo comune (la missione, chiara e riconosciuta da tutto il team direzionale). Scegliere le persone migliori (da un punto di vista professionale, umano e di disponibilità) è il primo passo per il successo. La nostra Fiaf abbonda di persone eccezionali, ma non in tutti i settori. Schematizzando, i settori dove  occorrono risorse, numericamente e qualitativamente valide, sono:

1-     il settore organizzativo, quello che detta le strategie e che a sua volta si suddivide in comunicazione, marketing, editoria, amministrazione, ecc.

2-     il settore innovazione e sviluppo (attualmente assente) che studia i fenomeni sociali, tecnologici e linguistici legati alla fotografia, proponendo linea guida da seguire.

3-     Il settore formazione, in stretto contatto con il settore innovazione e sviluppo al fine di provvedere all’educazione e all’istruzione delle nuove generazioni di fotografi.

4-     Il settore operativo, ovvero quello che opera sul campo e che fa proselitismo. Sono i circoli, i delegati, i presidenti, e tutti gli altri chiamati ad applicare le strategie.

 

MI IMPEGNERO’ NEL CONOSCERCI MEGLIO.

Se volessi riassumere all’osso il concetto di marketing, direi che è una specie di anamnesi, quella che consente al dottore di prescrivere la migliore ricetta, dopo aver conosciuto ogni notizia utile del suo paziente. Non bisogna spaventarsi di questo termine, e neppure di questa tipologia di approccio alla gestione di una federazione. Fa marketing (senza saperlo) l’ambulante per strada e il negoziante lungo il corso. Fa marketing la stessa Fiaf, ogni giorno, e senza saperlo. Quindi non servono, necessariamente, professionisti o agenzie specializzate per fare marketing, occorre semplicemente una consapevolezza, ovvero che è importante conoscere direttamente da coloro che ci danno i fondi alcune notizie strategiche: un banale sondaggio che ci dica che cosa i nostri iscritti si aspettano da noi, cosa vorrebbero dalla tessera e cosa non ottengono, cosa apprezzano del nostro lavoro e cosa gli è indifferente. È l’uovo di Colombo. Conoscere il problema per trovarne la soluzione giusta.

 

MI IMPEGNERO’ NEL RINNOVO GENERAZIONALE

La struttura organizzativa della federazione ha sete di forze e idee fresche. È imperativo accelerare il rinnovo inserendo negli organici, altre persone, affinché ai circoli giunga un segnale deciso di rinnovamento. Penso alle ri-candidature decennali, che sono consentite dallo statuto. Bisogna convincersi che, per il bene della Fiaf, l’arroccamento alla carica impedisce la crescita, il rinnovo delle energie e soprattutto delle idee. È il primo passo per ottenere l’obiettivo principe di tutta la futura strategia: abbassare l’età media dei soci, giungere al rinnovo generazionale.

 

MI IMPEGNERO’ NELL’AVVICINARE E TRATTENERE I GIOVANI DI ETA’ E I GIOVANI DI FIAF

Da anni sollevo una questione, che ritengo centrale: per 100 nuovi soci che entrano in Fiaf, altri 100 non rinnovano. Il problema non è di come reclutare nuovi soci, ma come fare per trattenere i vecchi. La ricetta è una sola: APRIRSI…

·     …alle nuove tecnologie,

·     …ai  nuovi (o ulteriori) criteri di lettura dell’immagine che siano da preludio ad un rinnovamento totale dei corsi di fotografia (metodi, programmi, sussidi).

·     Apertura vuol dire inglobare nella federazione tutto lo scibile fotografico, facendo in modo che la federazione sia una casa della fotografia, composta da tante stanze, più meno piccole, ma dove chiunque può trovare albergo e ascolto.

·     Apertura vuol dire intercettare il mondo del lavoro, per dare prospettive, e non solo attestati.

·     Aprirsi al mondo della scuola, entrandovi a pieno titolo, attraverso programmi strutturati a livello nazionale.

Sono pochi accenni a una questione prioritaria e centrale.

 

MI IMPEGNERO’ NEL COMUNICARE DI PIU E MEGLIO

Rendere visibile la federazione attraverso qualunque mezzo disponibile, con investimenti sicuri e decisi, coerenti con la nostra tradizione. Conoscere, finalmente, come siamo visti all’esterno, per poter lavorare ad un miglioramento della nostra immagine. Paradossalmente, la percentuale di chi pratica fotografia, e che non conosce la Fiaf, è terribilmente alta.

 

MI IMPEGNERO’ NEL RINNOVO DELLO STATUTO

Ci sono molti punti in questo statuto che affaticano il governo della federazione, che ne impediscono il rinnovo generazionale, che rallentano la crescita. C’è tutta la questione dei delegati provinciali che “azzoppano” il meccanismo alla base, dove dovrebbe essere efficiente e snello. Il sistema elettivo consente solo a poche persone (i soliti) di votare e di decidere per conto di migliaia di assenti. I compiti di molti organi sociali sono imprecisi e danno adito a troppe interpretazioni. Insomma, a mio avviso, modificare lo statuto in senso moderno è un passo imprescindibile. Qualcosa è stato fatto, anche di molto apprezzabile, ma come spesso accade, la eccessiva parsimonia decisionale stride violentemente con la velocità dei tempi.

 

 

 

 

Il futuro va previsto, domato e sfruttato a proprio vantaggio; altrimenti i suoi effetti possono diventare un serio problema.

 

 

 

La foto-cell generation

•Maggio 28, 2008 • Commenti disabilitati

Lettera aperta al presidente della Fiaf, Giorgio Tani, scritto nel maggio del 2004 e pubblicato sulla rivista FOTOIT.

 

Caro Presidente,

la disturbo per esprimere un pensiero su un tema che mi sta particolarmente a cuore e che meriterebbe maggiore interesse: fotografare con un telefono…

 

La tecnologia è giunta ad un tale livello di originalità ed efficienza che è addirittura possibile condensare, in un unico apprecchio, un telefono, una agenda, un orologio, una rubrica, un computer e ora perfino una macchina fotografica!

Le conseguenze sono enormi: sociali, economiche, di comunicazione e, infine, artistiche.

 

Mi pongo una domanda che provo ad estendere a lei e ai lettori di FOTOIT: possiamo, noi fotoamatori “impegnati” e titolati, equiparare questa fotografia a quella tradizionale, fatta con fotocamera e pellicola?

 

Se osserviamo i fotoamatori durante i fotoraduni, le gite e i congressi, notiamo immediatamente che essi sono attenti all’innovazione (ormai chi loro non possiede una digitale), ma tutti insistono nell’adoperare i “vecchi” sistemi quando serve maggiore qualità. La stessa Fiaf, sul tema del digitale, è prodiga di iniziative ed è aperta all’innovazione e al cambiamento che la rivoluzione digitale sta apportando al linguaggio e alla tecnica.  Il discorso potrebbe chiudersi così, ammettendo che c’è interesse, riconoscendo che il fenomeno è in piena evoluzione e che se ne aspettano gli sviluppi, soprattutto in tema di  qualità delle immagini e dei supporti di stampa.

Eppure non credo che l’argomento possa essere esaurito.

Oltre al dato tecnico/linguistico apportato dal digitale, c’è da affrontare un’altra questione, non meno importante.

I fotoamatori tradizionali sono stati affiancati da una massa crescente di neo fotografi, appartenenti ad una nuova generazione di appassionati… ciò impone maggiore attenzione e più attente strategie di comunicazione da parte degli “addetti ai lavori”.

 

Tempo fa, ho scoperto un sito internet a cui chiunque, abbonandosi, può inviare le proprie fotografie. Digitali, ovviamente, e realizzate unicamente con il telefonino.

 

I frequentatori del sito non sono noti. Non è indicata la loro provenienza, non si sa se siano amanti della fotografia, voyeur, artisti o navigatori casuali.

Non si conosce il loro nome, ma solo lo pseudonimo, o nick come lo definiscono gli utenti della rete. Le  immagini sono catalogate per genere: amici, famiglia, sexi, ecc. Non manca la categoria che a noi più interessa: le foto artistiche.

E qui le sorprese.

 

Oltre al fatto che molte foto  siano formalmente interessanti, stupisce il fatto che siano numerose! Ma allora questi giovani non disdegnano l’arte, la creatività e l’espressione! E non solo… questi ragazzi fotografano, e anche bene! È vero, lo fanno con un telefono, magari rifiutano di mettersi a confronto in un concorso, evitano terrorizzati di frequentare un circolo, non pensano ad iscriversi alla Fiaf, eppure fotografano e lo fanno con passione e talento!!

L’abbondante uso di esclamativi è giustificato dal fatto che parecchi dati in nostro possesso, sembrerebbero indicare che i giovani non siano attratti dalla dimensione artistica della fotografia. I nostri indicatori ci dicono che questi ragazzi siano persi di fronte al Pc, lontani dalla vita associativa, assenti…

Dov’è la verità? Non essendo un sociologo e neppure un esperto di costume, posso solo esprimere alcune considerazioni desunte dalla mia esperienza personale, dal mio lavorare quotidianamente con i giovani e dal fatto che io stesso mi appassiono alla tecnologia e sono propenso a rinnovarmi assieme ad essa.

 

Il problema è dunque quello di comunicare a questi ragazzi che la fotografia seria e impegnata, quella ufficiale, li può ascoltare e li può rendere partecipi.

 

A questo proposito, un articolo apparso su FOTOIT dello scorso marzo (Candido Baldacchino, Panasonic GD87)  è indicativo per una contraddizione che esprime.

 

Per la prima volta l’ufficialità della Fiaf (la rivista) ha dato spazio a questo mezzo: il cellulare, ma lo ha fatto in modo alquanto controproducente verso una politica che vuole essere pro digitale, pro tecnologia, pro nuove forme di espressione per immagini.

 

L’idea che ho desunto guardando il portfolio di Baldacchino e leggendo l’articolo, è quella di una fotografia di emergenza, divertente, disimpegnata, astratta, libera, necessariamente da manipolare o trattare con photoshop, di scarsa qualità e di estrema maneggevolezza. Sarà vero, ma forse non è solo questo.

In pratica si comunica al lettore interesse, ma anche un mal celato sospetto e un certo snobbismo… Contemporaneamente leggo, su una rivista di larga tiratura nazionale, della nascita di questa nuova generazione: la cell generation.

 

A questo punto mi chiedo e le chiedo, caro presidente, ma siamo sicuri che questi giovani siano da noi capiti e – soprattutto – accettati quando propongono il loro modo nuovo di esprimersi? Siamo certi di aver compreso le mirabolanti  prospettive che si aprono  con la nascita e l’evoluzione di questi sistemi? Possiamo, noi fotografi tradizionali, snobbare questa tecnologia solo a causa della qualità che non ancora possiede? Siamo sicuri che i risultati che un telefono-fotoamera produce non possano essere equiparati a quelli di una reflex?

 

Io la risposta me la sono data, ed è la stessa che danno al neofita i grandi fotografi; È sempre l’occhio, la creatività e il talento che fanno la bella immagine. L’apparecchio è e resterà sempre uno strumento.

 

Per concludere avanzo una proposta. Perché non inserire una rubrica (o un articolo) su Fotoit che tratti seriamente il tema delle immagini prodotte con il telefonino? Perché non produrre una bella mostra con queste immagini? Perché non coltivare nei ragazzi, e in tutti i “vecchi” fotoamatori, l’idea che si possano fare grandi fotografie a prescindere dal mezzo?

 

È ormai nata la photo-cell generation. Non possiamo ignorarla e neppure snobbarla.

 

A lei, e a tutti i lettori, il mio affettuoso saluto.

 

Pierfrancesco Fimiani BFI

 

AVI o MPEG?

•Maggio 26, 2008 • Lascia un Commento

(2004)

La tecnologia digitale sta introducendo una ventata d’aria nuova che sta rigenerando l’ ambiente.

Conosco personalmente diaporamisti di vecchia data che trascorrono ore di fronte al PC, intenti a trasferire in formato digitale lavori prodotti negli anni ‘70 o ‘80, se non intenti a creare qualche nuovo prodotto.

Nella mia città c’è un amico che non produceva AV da decenni e che oggi, dopo aver acquistato un potentissimo G5 (apple), si è nuovamente appassionato … Come un ragazzino, è alla ricerca affannosa di programmi in grado di materializzare la sua creatività non più sopita.

Se gli ex diaporamisti si rimettono in gioco, di nuovi se ne affacciano all’orizzonte.  Sempre nella mia città, negli ultimi quindici anni eravamo in due o tre a vivere questa passione, ma nel giro di due anni  siamo triplicati! Ogni volta che mostro in pubblico un lavoro, c’è sempre qualcuno che al termine dello spettacolo si informa della tecnica e degli apparecchi che ho appena impiegato, dicendosi già pronto a sperimentare il tutto una volta tornato a casa!

Da tutto questo traggo un’immediata conseguenza: il nostro genere non è più d’elite, ma sta per diventare di massa, il tutto avvantaggiato dalla caduta dei prezzi e dalla facilità d’impiego delle attrezzature.

 

Ora, dimentichiamo per un attimo le novità tecniche e soffermiamoci alle potenzialità linguistiche.

Se tante persone nuove, giovani e non, di talento e non, stanno producendo AVF, o lo stanno per fare, si evince che l’aspetto linguistico subirà, grazie a questo nuovo apporto, straordinarie modifiche!

 

A questo punto, prendiamo un’ipotetica palla di vetro e scrutiamoci dentro.

È possibile vedere il futuro del diaporama? È possibile prevedere la sintassi e la grammatica che adopereranno i diaporamisti del 2010?

Non è facile questa previsione, ma la voglio tentare aiutandomi con l’osservazione di quanto è accaduto per un’altra forma d’arte: i cartoni animati!

Ricordate Betty Boop o il primo Topolino de “l’aereoplano pazzo”? Siamo ai primi anni ’50, quando Walt Disney – con la sua matita – dette vita a cortometraggi dotati ancora oggi di un fascino straordinario.

Oggi la Disney produce ancora cartoni animati, ma questi sono totalmente diversi da quelli di 50 anni fa. Carta e matita sono quasi scomparse dalla lavorazione del film! Oggi sono i computer a farla da padrona con effetti visivi spaventosamente diversi da quelli dell’epoca del buon Walt. L’evoluzione dei mezzi tecnici di produzione e realizzazione, ha influenzato inevitabilmente il risultato finale.

Possiamo ancora parlare di cartoni animati? Ne possiamo mettere in dubbio la natura per il solo fatto che non sono più realizzati con carta, matita e animazioni elementari?

E quindi mi chiedo se anche la tipologia di diaporama che noi siamo abituati a studiare… giudicare … proporre… creare … possa subire modifiche strutturali a causa dell’avvento del PC.

Un’altro esempio è quello che si osserva per merito di qualche “temerario” diaporamista che già inizia ad inserire frammenti (frame) di movimento; è accaduto all’ultimo seminario con grande disappunto della platea. Se al prossimo seminario qualche autore ci mostrerà un montaggio dotato di effetti integralmente diversi dagli attuali, siamo pronti ad accettare questo tipo di spettacolo?

La mia opinione è che ci debba rassegnare a vederne delle belle!

Nella mia “palla del futuro”, oltre alle “minacce” linguistiche,  vedo anche  grandi opportunità.

Quando devo spiegare il mio hobby, sudo le proverbiali camicie per far comprendere cosa esso sia. Occorre riconoscere che non siamo molto conosciuti e che il grande pubblico capisce quello che facciamo solo dopo che si è fatto riferimento al cinema o al cortometraggio. Ve ne siete mai chiesti i motivi? Tra questi la rara possibilità di far vedere le nostre opere al grande pubblico. Far vedere un diaporama è sempre stato difficile e costoso.

Oggi è totalmente diverso. Tutti i computer dispongono, al loro interno, di programmi di presentazione che includono la possibilità di sonorizzare i montaggi. Tutte le sale dove proiettiamo già dispongono di super videoproiettori che ci esonerano dal trasportare i pesanti Karousel. La progressiva scomparsa della pellicola sta imponendo modi di presentazione alternativi ai vecchi album. Oggi la strada (sempre più obbligata) per far vedere un lavoro fotografico è quella del computer o – addirittura – della Tv. Il futuro corre veloce verso l’integrazione tra i mezzi di comunicazione. Prima si ascoltava musica in radio o allo stereo, oggi la si ascolta anche al PC, in Tv, al telefonino!!! E’ facile prevedere  che anche agli audiovisivi fotografici toccherà la stessa sorte assieme ad un’inevitabile conseguenza : l’allargamento della fascia di fruitori.

Questo è un punto cruciale poiché sorgono 2 necessità per noi che apparteniamo al Diaf:

  1. educare, culturalmente ed artisticamente, le nuove generazioni di diaporamisti affinché producano lavori di qualità senza trascurare le potenzialità creative del sistema.
  2. evitare steccati, paletti e limitazioni che possano ostacolare la diffusione “di massa” del genere.

Sul primo punto mi riservo di tornare in un futuro approfondimento, mentre il secondo introduce il problema dei formati, ovvero di internet.

I filmati che si scaricano dalla rete  sono, per la stragrande maggioranza, in formato AVI o MPEG, tutti compatibili con i principali programmi di visione/riproduzione, da Quik Time a Media Player, da Real Player a VLC. La coppa Diaf di quest’anno, per la prima volta, ha ammesso gli audiovisivi digitali, ma solo se in formato EXE… ovvero un formato controcorrente che i diporamisti del futuro digitale non utilizzeranno mai, per tanti motivi.

Si dice che all’estero questo tipo di sistema si adopera abitualmente e che noi ci siamo solo adeguati ad uno standard… ma questa non è una giustificazione accettabile. Il concetto di “superato” – in materia tecnologica -  è valido in tutto il mondo, non solo in Italia; e se ci viene chiesto di adeguarci ad un sistema vecchio, è nostro interesse/dovere insistere affinché le cose cambino, soprattutto perché noi, diaporamisti storici, abbiamo precisi doveri verso i nuovi: accogliere, aiutare, supportare, istruire, ma soprattutto agevolare nella partecipazione.

La mia “battaglia” a vantaggio di AVI e DVD nasce in prospettiva futura. È vicino il giorno della diffusione del diaporama attraverso internet.

È già fattibile:

  • creare spot (trailer) di diaporama da scaricare dai siti;
  • partecipare ai concorsi inviando il lavoro l’email;
  • divulgare le opere in tutto il mondo;
  • avere un mercato disposto ad acquistare i montaggi.

 

E il rischio dei plagi o della copie non autorizzate? Io dico che chi si preoccupa di questo, dovrebbe mettersi nei panni degli U2 o di Steven Spielberg, che poverini (loro si!) sono vittime disperate del fenomeno!

Io consiglio di evitare la “guerra dei poveri”… Preoccupiamoci di divulgare al mondo il diaporama, e poi risolveremo il problema della diapo-pirateria!

Pierfrancesco Fimiani 

Discorso di Cesenatico

•Maggio 26, 2008 • Lascia un Commento

Il 24 Aprile 2005 a Cesenatico, sulla riviera romagnola, nel corso del 57.mo Congresso FIAF ho pronunciato un discorso come candidato al Consiglio Nazionale. Qui è riportata la versione integrale.

Questa mattina, alcuni uomini provenienti da molte parti d’Italia, sono qui a chiedere la vostra fiducia per i prossimi tre anni.

La maggioranza di questi è composta da persone che conoscete bene.

Ma c’è anche un semi-sconosciuto, il sottoscritto: Pierfrancesco Fimiani,

che si propone al vostro giudizio con due frasi:

La prima: la giovane Fiaf c’è.

Perché sinceramente, sono quindici anni che appartengo a questa federazione, e di ragazzi che abbiano deciso di rischiare in prima persona, ne ho visti pochi.

La seconda è, come direbbero quelli del marketing, il pay of della mia candidatura:

L’innovazione che fa rima con tradizione.

Sono abruzzese e ho 38 anni. Di professione sono manager dell’intrattenimento.

Sono socio Fiaf dal 1991, tramite l’Aternum Fotoamatori di Pescara, e dal ‘93 sono un orgoglioso diaporamista.

Da dieci anni sono Delegato regionale dell’Abruzzo.

È stato Bruno Colalongo a propormi quando avevo soli 28 anni.

Bruno mi ha insegnato tantissime cose e mi ha trasmesso un amore appassionato per la mia associazione e per la Federazione.

Se sono qui, oggi, lo devo soprattutto a Lui.

Ma voglio ricordare anche un amico che non c’è più, e che è stato decisivo nel mio percorso umano ed artistico. È il caro professor Bruno Simoncelli, un grande intellettuale, che ha  nobilitato per decenni la Fiaf abruzzese. Sono onorato di essergli stato amico e di aver appreso da lui alcuni fondamentali insegnamenti.

La mia avventura di delegato inizia a Prato nel 1996.

Inizialmente mi sono limitato ad osservare.

Poi, acquistata maggiore fiducia,  ho provato a dare il mio contributo.

Il giovane, si sa, ha una percezione diversa dei problemi e un differente modo di risolverli. Maturando, è stata la mia professione ad influenzare la visione che avevo della Fiaf.

In realtà non ho fatto altro che assecondare il mio spirito d’osservazione, allenato da un mestiere che impone una continua analisi dei gusti e dei bisogni della gente, al fine di creare servizi. 

Probabilmente, una persona come me che per campare ha l’obbligo di prestare attenzione ai cambiamenti, può essere utile ad un’organizzazione che si fonda sì sul volontariato, ma che si impegna in numerose faccende che sono prettamente strategiche e che vanno affrontate con un rigore ed un approccio professionale. Per questo non mi sono mai rassegnato ad essere considerato un rompiscatole, ed è per questo  che ho iniziato a maturare la decisione di portare ad un livello più alto le mie proposte, confermando, con coerenza, quello che ho detto e scritto in questi anni, ovvero un’idea di Fiaf che non è estremistica,  e neppure fantascientifica, bensì in linea con gli anni che  stiamo vivendo; un ‘idea che si sintetizza in una parola: innovazione.

È fantascienza credere che questa Fiaf possa essere popolata da molti più trentenni o ventenni?  È estremismo cercare di  attirare le migliaia di persone (giovani e non) che, grazie al digitale, utilizzano questa forma di espressività?

Dunque questa è la visione della Fiaf che vengo ad illustrarVi (con una certa emozione e una consapevole difficoltà) qui a Cesenatico.

Forse qualcuno potrebbe pensare, che Io sia qui a propagandare l’idea di una Fiaf tutta da rifare!

È l’esatto contrario…!

Io ho parlato di innovazione e non di trasformazione.

C’ero di persona al Congresso di  Prato, quando Giorgio Tani fu eletto presidente, e so quanto, grazie a lui e ai suoi collaboratori, è stato realizzato.

Dopo la gestione Tani è seguita quella Merlak.

Attraverso la relazione di ieri, Fulvio ci consegna una struttura che si è data da fare e che ha raggiunto obiettivi eccellenti.

E dunque … dove trova fondamento il mio progetto.

È in corso, lo sapete, la rivoluzione digitale, una rivoluzione (tecnica e linguistica) che sta determinando effetti devastanti e non del tutto prevedibili.

Quello che, secondo me, è il risultato più importante è la trasformazione netta e irreversibile dei nostri due  principali referenti, ovvero: i circoli fotografici e il fotoamatore. Ma non è tutto, insieme a queste due entità, sta mutando profondamente tutto il sistema economico che gravita attorno ad essi, parlo delle case produttrici di materiale fotografico, degli esercizi commerciali, delle riviste di settore. Ecc.

Tra tutte le conseguenze che il digitale ha generato, è questo l’aspetto più importante che ci riguarda, ed è quello che i futuri dirigenti della Fiaf dovranno più prendere in seria considerazione.

E qui nasce qualche perplessità … riferita al mondo Fiaf … al nostro ambiente che non ha reagito con tempestività e entuasiasmo all’avento del digitale.

Siamo onesti… riconosciamolo…. C’è stata freddezza, sospetto… un certo spirito di superiorità.. Infatti molte persone hanno ancora imbarazzo ad ammettere di possedere un apparecchio digitale… ancora oggi, siamo tutti un po’ cauti nell’accettare questo mezzo…

Ribadisco. C’è interesse, sempre di + , ma non si cavalca l’onda, la si subisce…! E questo clima sospettoso si avverte soprattutto nei circoli di periferia.

Però dobbiamo rassegnarci che questa è la strada … e che indietro non si torna…

Il compito del nuovo CN della Fiaf, pertanto, diventa quello di evitare  (o attenuare) a tutti i costi il divario generazionale e culturale tra i “vecchi” fotoamatori e quelli nuovi, tra quelli tradizionalisti e poco predisposti al confronto e quelli che si stanno buttando totalmente nel nuovo sistema e che –ATTENZIONE -  rappresentano il nostro futuro bacino di utenza.

Come fare per evitare lo scontro generazionale?

Questa è la grande sfida, per la quale mi voglio mettere in gioco.

Permettendomi di incarnare fisicamente l’elemento catalizatore dei due mondi, poiché ho avuto la fortuna (o sfortuna) di essere tra i pochi della Fiaf ad essere “nato” a cavallo delle due generazioni. Formato nella tradizione, ma totalmente proiettato nel futuro, nella tcnologia e nell’uso del PC. Quindi in grado di capire meglio le diverse problematiche dei due tipi di fotografia.

Tornando alla questione generazionale, voglio fare presente che la Fiaf ha un solo grande problema: è l’alta percentuale di chi non rinnova la tessera dopo il primo anno.

 

Prendiamo quelli che partecipano ad i corsi.

 

In media, il 30% dei partecipanti si iscrive alla Fiaf. Dopo un anno, di quel 30%, quanti rinnovano? Non ho dati precisi/ufficiali, ma credo che sia di poco sopra allo 0%. Evidentemente qualche cosa non riesce a trattenere chi entra in Fiaf, forse non ci si sente accolti nei circoli, oppure i servizi offerti dalla tessera, pur numerosi e importanti, non sono così allettanti come crediamo… ecco che non è pura fantasia paventare il rischio di cui parlavo prima, ovvero la possibile frattura culturale, generazionale, di linguaggio e di comprensione reciproca.

 Allora mi sono chiesto, e Vi chiedo: “Questo rischio– o ipotesi – preoccupa solo me?”

 Questa domanda è solo una delle tante che caratterizzano un periodo di grandi trasfomazioni.

Soffermatevi, per un attimo, a pensare a quanto sia cambiata la vita di noi fotoamatori. 

Ciò che per un fotografo degli anni ‘50 è successo in 20 anni a noi è capitato in pochi mesi!

La diffusione del personal computer, ha determinato un notevole mutamento dello stile e del linguaggio. In pubblicità, ad esempio; andate a sfogliare una rivista di due anni fa e confrontatene le reclame. C’è un’abissale differenza, grafica e di comunicazione!

Il merito, o la colpa, di tutto questo è nella tecnologia, che essendo cambiata,  ha modificato il modo di lavorare, i risultati ottenibili e il gusto dei fruitori. L’esempio più classico è quello dei cartoon movie, che grazie al computer, sono diversi da quelli che iniziò a produrre Walt Disney negli anni ’50 usando carta e la matita, oggi sono scomparse dalla lavorazione del film! E quindi mi chiedo (e vi chiedo): “Può essere che anche l’idea di fotografia che siamo abituati a studiare… giudicare … proporre… possa aver subito ( o stia per subire)  modifiche irreversibili a causa dell’avvento del PC? Modifiche di gusto, per esempio? 

Io direi di si.

Pensiamo a photoshop e alle sue sconfinate potenzialità.

Pensiamo al diaporama: oggi tutta la lavorazione si fa al computer.

Ciò ha determinato effetti a cascata, primo fra tutti, la facilità con cui si può assistere ad uno spettacolo audiovisivo.  Con un portatile e un paio di cuffiette posso  far visionare,  in ogni momento, un mio lavoro;  attraverso Internet posso scaricalo e guardarmelo in TV … addirittura i programmi sono talmente performanti che posso inserire nel montaggio, frame di immagini in movimento, con buona pace di chi sostiene che ciò non si possa fare!

Ma se la tecnologia me lo permette … chi m’impedisce di applicare queste formule?

Chi ha il diritto di imporre limiti all’evoluzione naturale di un genere?

I problemi sono tanti… e tante le domande!

E ancora…

Il circolo virtuale, quello che prolifera su internet e che sta calamitando l’interesse di milioni di persone, parlo del blog e della community,  è una minaccia oppure un’opportunità per noi della Fiaf?

La teoria del “leggere fotografia”, mi chiedo se sia ancora giusto divulgarla così com’è, senza adattarla  alle nuove tecniche e al mutamento del gusto.

A questo proposito, guardate le immagini televisive.

Una volta l’immagine stabile era il TOP! Oggi la ripresa + è mossa, e + piace!

E i corsi di fotografia?

Ha ancora senso parlare di liquidi, di carta sensibile, di asa e dx?

Non credete anche Voi che sia urgentissimo modificare le scalette dei corsi e invitare tutti i docenti (non solo quelli del DAC, che magari già lo hanno fatto) a cambiare lo stile  e il linguaggio di insegnamento? Ha senso trattenere un giovanotto su un banco, per parlargli della “regola dei terzi”, quando la stessa è rintracciabile su internet … e gratis?

 Nel 1990, quando iniziai a fotografare, tutte queste domande non me  le ponevo!

 E giustamente… aggiungo…. perché l’epoca era molto più tranquilla.

Oggi, invece, sono assillato dalle domande, sia perché sono maturato artisticamente e culturalmente, ma soprattutto perchè sono diventato membro effettivo ed operativo di questa federazione, che è pienamente invischiata in queste trasformazioni radicali.

 Viceversa, intorno a me, avverto una calma che non riesco a comprendere.

Mi permetto di dire (e nel farlo mi riconosco un certo coraggio) che non respiro quella aria  intellettualmente e culturalmente frizzante che sarebbe adeguata ad un secolo tanto imprevedibile.

Quindi abbiate pazienza, quando dico che percepisco due velocità: una è saggia, riflessiva (ed è l’andatura storica della Fiaf), l’altra è emozionante, frenetica, problematica (ed è quella dei tempi in corso, tutti da vivere e scoprire)!

 Il nuovo consiglio nazionale che andrete ad eleggere, e che ci guiderà, dal 2005 sino al 2008, ha il compito primario di ristabilire una giusta andatura per la Fiaf.

Non troppo veloce, poiché sarebbe discordante con nostro stile, ma neppure troppo lenta, soprattutto perché i nuovi fotografi, figli dell’informatica e non + della chimica, bussano numerosi alla nostra porta, perché sanno che siamo esperti, riconoscono che abbiamo una storia alle spalle, ma se non saranno compresi ed accettati, se non saranno  guidati e assecondati nel loro modo di lavorare e di comunicare, rischiamo di perderceli per strada… e sarebbe un vero peccato, visto che le statistiche dicono che gli appassionati di fotografia sono in netto aumento, soprattutto tra i giovani!

Ecco l’ultima domanda che mi pongo e che vi sottopongo: siamo pronti ad accogliere i giovani e i neo fotoamatori che si stanno formando alla scuola del computer?

Quest’ultima domanda è decisiva, e lo voglio esplicare meglio facendo riferimento, per l’ultima volta, al diaporama.

I diaporamisti sono sempre stati pochi, perché il genere era costoso e poco diffuso. Da oggi non sarà più così, grazie ai numerosi programmi che le case produttrici di software stanno immettendo sul mercato (es. iPhoto).

Alla luce di questo, è lecito ritenere che molte persone si stanno per avvicinare all’audiovisivo fotografico.

Ebbene, rinnovo la domanda: Siamo pronti ad accoglierli?

Le premesse non sono incoraggianti. Un esempio è abbastanza indicativo.

I filmati che si scaricano da internet sono per l’80% in formato AVI, MPEG o WMP. La coppa Diaf di quest’anno, per la prima volta, ha ammesso gli audiovisivi digitali, ma solo se in formato .EXE… ovvero un formato che i nuovi appassionati di audiovisivi non usano, non conoscono (infatti sta scomparendo anche perché facilita la diffusione di virus) e che non “gira” sulle piattaforme Apple, ovvero quelle che adottano  il sistema operativo più utilizzato da chi fa video, grafica e fotografia ad alti livelli!

Si dirà che anche all’estero si usa questo tipo di sistema e che noi ci siaamo adeguati allo standard… ma questa non è una giustificazione valida! Il concetto di “superato” – in materia tecnologica -  è valido ovunque, non solo in Italia; e se ci viene chiesto di adeguarci ad un sistema superato, è nostro interesse insistere affinchè le cose cambino, perché abbiamo un dovere verso i nuovi iscritti, che pretendono di essere aiutati… supportati… istruiti … e non ostacolati nella partecipazione.

 A questo punto, la mia domanda torna + prepotente: Siamo pronti ad accogliere i prossimi diaporamisti e i futuri fotografi ?

 A fronte di queste domande, e della doppia velocità cui ho fatto riferimento,

sento dentro di me un ansia frenetica quella di studiare prospettive future, di scoprire sistemi alternativi ai soliti concorsi e alle classiche mostre.

Questo intendo per Federazione orientata all’innovazione:

che studi, che anticipi e che proponga soluzioni nuove non collaudate!

Per fare tutto questo, occorrono persone che abbiano entusiasmo, che non siano sospettose verso le potenzialità del futuro ed ancorate all’abitudine, che siano lungimiranti e che abbiano un contatto diretto e quotidiano  con le problematiche legate alla tecnologia e alla comunicazione.

Da questi presupposti nasce il mio (non) programma.

(Non) programma perché  credo che un candidato al consiglio nazionale non possa avere un programma che è fatalmente scollegato da quello degli altri candidati e del presidente.

L’aspirante consigliere si sottopone al Vostro giudizio attraverso

I principi umani, intellettuali e artistici che intende applicare.

Il sottoscritto applicherà la sua innata voglia di animare.

Animare :

con proposte;

con idee;

con credenziali artistiche e professionali; con entusiasmo e voglia di fare.

 Soprattutto quattro questioni mi stanno a cuore, e su queste intendo profondere il massimo impegno:

  favorire il rinnovo generazionale.

… apertura decisa alle nuove forme di aggregazione e di discussione; penso ai blog e alle community, facendo in modo che queste possano trasformare la Fiaf in una grande casa della fotografia. Dove si discuta, si parli, ci si confronti. … l’apertura al mondo del lavoro, per dare prospettive, e non solo attestati. Tantissimi ragazzi che si avvicinano alla fotografia lo fanno per avere una opportunità in più per lavorare. Non possiamo ignorarlo.

entrare nelle scuole attraverso programmi strutturati a livello nazionale (*).

(*) ho appreso durante la relazione del Presidente, che questo progetto è stato avviato. Mi fa molto piacere anche perché lo sostengo da almeno anni.)

Spero di aver chiarito il perché della mia candidatura, ispirata dalla voglia di fare e dal confronto con gli altri, soprattutto con coloro che hanno maggiore esperienza di me. Ecco che si chiarisce il pay off iniziale:

L’innovazione che fa rima con tradizione.

Ciò che intendo fare, qualora abbiate fiducia nella mia persona premiandomi con il voto, è di riuscire a introdurre, con giusta  gradualità, idee e prospettive nuove, ma sempre coerenti con quello che siamo e che continueremo ad essere; il tutto confrontato o ammorbito dalla saggezza dei più esperti.

 

Conclusione,

Non dimenticate che l’arte della fotografia ha meno di 200 anni di vita. Pensate che la scultura e la pittura hanno secoli di storia alle spalle e che noi, in confronto, siamo talmente giovani, che tra altri 200/300 anni, saremo considerati gli uomini preistorici della fotografia, perché + vicini (temporalmente) alle origini del genere.

Pensate quante novità  ci aspettano nei prossimi decenni/secoli!

Lo dobbiamo pensare tutti, ma soprattutto coloro che si accingono a traghettare questa Federazione verso i suoi 70 anni di vita.

Bisogna avere il coraggio (ma anche il dovere) di predisporre oggi gli strumenti e le strategie che ci faranno giungere pronti a questa scadenza.

Io mi sento all’altezza della sfida, perché ho fiducia nel progresso e ho… tanta curiosità di sapere cosa ci riserverà il futuro!!!

 

LA GIOVANE FIAF C’E’

 

Vi ringrazio per l’attenzione e vi saluto con il cuore.

 

 

Pierfrancesco Fimiani BFI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL DIAPORAMA: QUESTO SCONOSCIUTO

•Maggio 20, 2008 • Lascia un Commento

Risposta della DTF inc. alle concezioni purtroppo consolidate sul diaporama.

 

COME SI VALUTA QUESTO – BENEDETTO – DIAPORAMA?

 

Ci sono due grandi problemi che ci assillano da anni :

1. Quali sono gli elementi portanti del diaporama ?

2. Come si valuta un diaporama ?

I due problemi sono collegati , per cui risolvendone uno (gli elementi portanti) si chiarisce anche il secondo.

Sugli elementi portanti si è tutti d’accordo nell’affermare che – essenzialmente – essi siano 3:

 

1. Fotografia

2. Colonna sonora

3. Drammaturgia

Nacci propone, su questa base, una scala di valori (espressi in venticinquesimi), aggiungendo grazie alle teorie di Magni, alcuni elementi ulteriori (ritmo, idea, condivisone della tesi). Con questo metodo il problema sembra risolto.

 

Ma ne siamo proprio sicuri?

 Neanche per sogno, arriviamo noi, quei matti della DTF inc. , quelli che fanno vedere foto sfocate e sporche, quelli che proiettano i negativi, quelli che utilizzano il buio, quelli che antepongono tutto, ma proprio tutto, alla sceneggiatura, e diciamo: No, amici, non ci siamo proprio!

 Anzi, ancora più provocatoriamente aggiungiamo: questi parametri ci portano in un vicolo cieco dal quale, per il bene di tutti, occorre uscire  e alla svelta! Secondo noi l’errore nasce proprio da questa ratio:

1° definire gli elementi portanti

2° stabilire i criteri di valutazione.

Noi siamo convinti che valga il ragionamento opposto:

1° stabiliamo il metro di giudizio

2° definiamo gli elementi portanti

 

IL METRO DI GIUDIZIO: vale a dire come si giudica una sequenza di diapositive in dissolvenza.

PREMESSA: E’ COSI IMPORTANTE CHE L’AUTORE SAPPIA GIUDICARE ?

In pratica ci chiediamo se questo problema debba riguardare noi autori. Secondo noi sarebbe più logico che riguardasse quasi esclusivamente i critici, i giurati dei concorsi, gli esteti, gli intellettuali.

Loro necessariamente devono possedere gli strumenti per affermare se un lavoro sia buono o meno. Gli autori, viceversa, dovrebbero essere dispensati dal possedere questa competenza; o quantomeno essere giustificati se non si preoccupano di applicarla.

Immaginate il competentissimo Longhi (celebre critico d’arte) oppure – per fare un nome più noto al grande pubblico – Vittorio Sgarbi. Immaginateli mentre tengono una lezione rivolta ai pittori su come si giudica un quadro. Sarebbe un paradosso, tanto che questo esperimento credo non sia mai stato tentato prima.

Dove vogliamo arrivare? Secondo noi della DTF ad ognuno il proprio mestiere.

C’è chi i lavori li produce, li realizza, e c’è chi li critica. Mescolare le due posizioni èdeleterio poiché si condiziona la creatività in modo gravissimo. Si verificherebbe un appiattimento brutale dei risultati.

È vero anche che, allinearsi ai critici (i futuri giurati) fa comodo !! Compiacendo il critico si creano opere destinate a grandi successi (?); se so che nella giuria di un determinato concorso c’è Magni, io mi affretto a realizzare un lavoro di immediata comprensione, di buona tecnica e con un tema appassionante e condivisibile. Il risultato al concorso sarebbe scontato (a patto che a giudicare ci fosse solo Magni). Ma mi sono Veramente espresso? Mi sono Veramente fatto coinvolgere dal mio lavoro? Ne sento il legame inscindibile come un padre con un figlio?

 Allora si dirà: imparare a giudicare può servire per Migliorare! Tesi per noi assurda ed insostenibile. Il rischio è sempre lo stesso: l’appiattimento. Definire una scala di valori da rispettare durante la realizzazione, la stessa che sarà seguita dal critico a opera completata, vuol dire produrre lavori tutti uguali!

 

Nacci parla chiaro: punti da 1 a 5 per alcuni elementi ben precisi, per cui lo scopo del diaporamista in fase di realizzazione diventa uno solo: raggiungere 5 in ogni voce:

 

Fotografia = 5

Musica = 5

Ritmo = 5 ecc. ecc.

 

Cosi facendo tutte le opere si appiattiscono , diventano uguali l’una all’altra! Per non parlare della condivisibilità della tesi! Con questo criterio nessuno più ci farà vedere il primo giorno di scuola del nipotino (tema definito banale!). Ebbene noi affermiamo che non esistono temi banali, esistono narrazioni rese banali. Leggete la fattoria degli animali di Orwel. Sembrerebbe un libretto per bambini , con porcellini e conigli parlanti! Eppure è un capolavoro della letteratura.

 

Per cui diciamo che non è importante discutere TRA NOI di come si giudicano i diaporami. Il dibattito critico lasciamolo ai critici. Il nostro compito è produrre cose che ci emozionino nel profondo, che ci coinvolgano completamente.

 

Fatta questa premessa , poiché sembra che il problema valutazione sia essenziale, allora andando contro la nostra idea passiamo oltre e ci apprestiamo a dire la nostra sul tema in questione: COME SI GIUDICA.

 

Magni, forte del suo ascendente, ci viene a dire , dopo aver fatto la solita promessa sillogistica: “…non posso valutare ciò che non capisco! …” ci dice pure che per valutare un diaporama bisogna:

 

1. Suddividere il lavoro in due parti: L’interno (!) – L’esterno (!!)

2.    Fare l’analisi Interna

3.    Proseguire con l’analisi esterna

4.    Concludere con il giudizio

Ergo, se ho capito = bel lavoro, se non ho capito un tubo =  brutto lavoro.

 

In pratica:

1.    Vivisezionare il diaporama

2.    Distinguere, con cura, le interiora

3.    Dare un voto a ciascuna parte

4.    Capire che cosa l’autore voleva comunicare, fare media ed emettere il verdetto!

5.     

…..ci viene da pensare…….. anche noi facciamo una premessa, proprio come Magni, e chiediamo:

cos’è un diaporama?

 

E’ chiaro che non vogliamo intendere cosa sia in senso tecnico, ma la sua identità in quanto genere. Un linguaggio, direbbe Magni ? Un hobby, direbbero altri ? Oppure … è come il maiale dove non si butta mai niente?

 

Ebbene saremo chiari e decisi: il diaporama è una produzione artistica.

Posto ciò, il problema non è come si valuta un diaporama, ma come si valuta un opera d’arte! Attenzione dove opera d’arte non vuol dire capolavoro. Il capolavoro è un’altra cosa.

 

Se accettiamo questa premessa consegue che il diaporamista  produce arte, dunque è un artista. Può produrre pessima arte, arte mediocre, banale, ma pur sempre arte !

Sappiamo che, a questo punto, qualcuno avrà avuto un moto di rabbia, ma sperando che non abbia ancora fatto a pezzi il giornale (anche perché paga per averlo!), provi a accettare le nostre

motivazioni, se non altro per sapere come andrà a finire……

 

Leggiamo il vocabolario  Garzanti alla voce Arte.

“…dicesi arte qualsiasi attività umana a cui si riconosce un valore estetico per mezzo di forme, colori, parole o suoni. (!)…”

 

Altra definizione (4) : “…insieme di tecniche e attività proprie di chi interpreta opere teatrali e cinematografiche o si esibisce in altre forme di spettacolo..

 

Ci sembra che tutti noi, esibendo i loro lavori,  siamo sullo stesso piano dei registi teatrali che non vanno in scena direttamente, ma che presentano lavori da loro ideati e diretti.  Dunque non serve esser d’accordo con noi. Che piaccia o no il diaporama è arte , e chi la produce un artista.

 

Questa tesi è inconfutabile poiché è un dato di fatto.

 

Posto questo immaginate al festival di Venezia Ettore Scola che, con la sua brava calcolatrice giudica un film di Oliver Stone!…. Dunque……  mmmm ……. vediamo un po’…. vediamo l’autore che cosa voleva dire, vediamo quale voto dare alla tecnica,……perché lì ha usato un movimento a salire?….Perché ha lasciato il buio per 3 minuti?….Perché…….Perché…………..ed alla fine la sua calcolatrice sputa fuori il verdetto:

Montaggio = 8

recitazione = 6 

regia = 9 

totale 23.

……….Dov’è L’emozione, l’intensità drammatica, il ritmo del montaggio, l’ambientazione, la forza della sceneggiatura!

Noi riteniamo che la giuria innanzitutto DISCUTE un elaborato artistico poi passa a dare valutazioni estetiche , sicuramente non dà voti ad un compito di matematica! Se sei bravo a procurare coinvolgimento/emozione allora sei un bravo artista altrimenti sei mediocre ma pur sempre artista. Osservando altri autori, parlando con loro, tirando fuori le tue emozioni, di come le hai volute esprimere, sicuramente migliorerai, e non importa se in matematica sei una schiappa!

Noi creiamo, suscitiamo emozioni, istighiamo brividi, sospiri, facciamo sognare, facciamo irritare, illanguidire…..lasciamo spazio ai nostri respiri interni.

Signori noi coinvolgiamo/emozioniamo!

Quelli che ci riescono meglio sono (forse) i più bravi.

Quelli che ci riescono meno devono crescere.

Ecco il metro di giudizio: il coinvolgimento/l’emozione!!

 

Poi c’è la tecnica. La vogliamo valutare? Certamente, ma solo dopo aver stabilito il primo verdetto: mi è piaciuto perché mi ha coinvolto/emozionato. Se l’emozione è scattata vuol dire che il montaggio , la musica, le foto, la regia, tutto nel complesso ha funzionato. Se il coinvolgimento/l’emozione non è scattata allora qualche cosa deve essere andata storta.

Alcuni sostengono che se si potesse visualizzare la realizzazione di un diaporama, al centro ci debba essere il regista, circondato ai vertici dalla fotografia, dalla musica e dal montaggio. Francamente ci sembra un po’ riduttivo.

Secondo noi se si potesse visualizzare la realizzazione di un diaporama, questa avrebbe una forma tridimensionale. E’ la teoria del “settimo punto”, e la visualizziamo utilizzando un disegno che abbiamo ripreso dal film “Stargate”.

 

                                                    

 
 


 

Proviamo a spiegare.

Alla base di tutto (e non solo del diaporama) c’è l’idea! Sembra banale ma è così! Se realizziamo la nostra idea con delle immagini fotografiche avremo, probabilmente, una mostra fotografica;

Se le rendiamo coerenti l’una con le altre avremo una sequenza;

Se la raffiniamo con una buona base musicale, avremo una sequenza sonorizzata;

Se l’arricchiamo con una programmazione adeguata, avremo una certa “tensione ideale” la cosiddetta Drammaturgia.

Ma non basta.

Affinché il lavoro svolto possa veramente coinvolgere, è necessario che gli ultimi 2 elementi (Programmazione e drammaturgia) si sposino con i 4 elementi fondamentali: li intersechino in modo preciso e, le rette, si sa, si intersecano in un unico punto.

E’ solo in questo istante che il settimo punto (che tutti noi cerchiamo) si rivelerà: è lo spettacolo. Qualche cosa che non può esistere senza l’esistenza COERENTE degli altri elementi. Se l’intersezione perfetta (coerenza di fondo) non avviene, non avremo lo spettacolo ( e ciò non significa che non verremo emozionati, ma non verremo coinvolti).

 

E la comprensione a cui tiene tanto Magni ?

Lui dice: non ho capito niente di ciò che l’autore voleva trasmettere, ergo per cui il lavoro è mal riuscito, non si è creato il fare comune.

Questo è il punto più critico, quello che ci allontana anni luce dal Sergio nazionale. Guardiamo un quadro di Mondrian, di Mirò, di Boccioni, di Carrà, guardiamo il celeberrimo concetto spaziale : “attesa” di Lucio Fontana, una perfetta linea nera verticale su fondo bianco, un’opera a prima vista incomprensibile. Come si fa ad associare il concetto di attesa a quella linea, eppure quell’opera è un capolavoro di sintesi, di perfezione, di tecnica. Se qualcuno avesse preteso da Fontana, ma anche da Guttuso o da Picasso (il suo famoso il poeta, è qualche cosa di assolutamente incomprensibile) di dipingere quadri di chiara lettura, di immediata comprensione, allora i maggiori capolavori dell’arte moderna non sarebbero mai nati. Nel diaporama è la stessa cosa. Un montaggio di flash, di cuts, di suoni, rumori, immagini sfocate, delle quali non riesci a comprendere nulla, salvo che ti prendono, ti schiaffeggiano, che ti incollano allo schermo senza fiato cosa vogliono comunicare se non  emozione e coinvolgimento!

Pierfrancesco Fimiani: “….Anni fa sono capitato a Roma nella chiesa di S.Luigi dei Francesi. Vengo attirato naturalmente da qualche cosa di assolutamente meraviglioso. Un dipinto immenso, irresistibile. Senza sapere cosa rappresentasse, chi fosse l’autore, la tecnica utilizzata, il periodo, nulla di nulla, sono rimasto ugualmente rimasto affascinato per oltre un’ora, da un miracolo artistico. Solo dopo mezzora ho saputo l’autore, il giorno dopo ho saputo il valore artistico di quel capolavoro, cosa raffigurasse e il titolo. Era Caravaggio! L’opera un trittico, tra cui la vocazione di S.Matteo….”

Cosa vogliamo dimostrare?

Che alla domanda: è necessario capire, è necessario analizzare, suddividere in interno ed esterno, a noi vien da ridere. Pur non sapendo nulla del quadro di Caravaggio, a Pierfrancesco quella roba lì ha tolto il fiato , gli ha procurato un’emozione indicibile! Ci risiamo allora. Ci si dirà che un diaporama è tutt’altra cosa. Ci si dirà che Boris non è Caravaggio. Certamente (e non si offenda

l’amico Boris se non lo mettiamo alla stessa altezza di Caravaggio!), però il principio di base vale per tutte le forme d’arte, dalla pittura al cinema, dalla scultura alla poesia, dall’architettura alla

cucina, tutte devono coinvolgere emozionare chi vede, chi legge, chi gusta! Il diaporama addirittura, sfruttando più linguaggi, ha molti canali in più per raggiungere lo scopo: la musica, la fotografia, i rumori, il ritmo del montaggio, la recitazione del parlato e, in certe installazioni particolari all’aperto, odori, ambientazioni suggestiva…. tutto concorre a fare spettacolo, dunque a procurare emozioni, brividi, languori, lacrime, irritazione, ma anche indifferenza e noia , poiché non è scritto da nessuna parte che un diaporama susciti sempre sensazioni forti, sensazioni positive. Li è la differenza tra il buon diaporama e un cattivo diaporama.

Pierfrancesco Fimiani:”….M’illumino d’immenso…. scriveva Leopardi. Che vuole dire questa poesia brevissima? È un accostamento di 4 parole di cui due apostrofate. Che differenza di lunghezza con l’Adelchi di Manzoni oppure con i Sepolcri di Foscolo. Ma cosa vogliono dire quelle 4 parole,

qual è il significato reale, l’interpretazione critica? Ci sono libri interi dedicati solo a questa poesia. Io, da ignorante totale, non so nulla di tutto ciò. So solo che ogni volta che rievoco queste 4 paroline, sento un piccolo brivido lungo il braccio! Tra me e Leopardi è nata una comunicazione altissima. Cosa Lui voleva dirmi non lo so.. ma ci siamo parlati ugualmente!…..”

 

Cari diaporamisti, perché voi vi esprimete con questa tecnica?

Qual’è il vostro obiettivo?

Vi diciamo il nostro: coinvolgere chi ci guarda.

Con questo obiettivo , che altro non è se non la famosa drammaturgia, tutto passa in secondo piano: la fotografia, la colonna sonora, il montaggio, la sincronizzazione, la terza immagine, tutto ……. Per questo sosteniamo con forza che noi dobbiamo ispirarci in tutti i sensi al cinema che costituisce – molto più della fotografia – il nostro punto di riferimento principale. Molte questioni aperte tra di noi , sono state già sollevate, analizzate e risolte decine di anni fa in campo cinematografico. Quindi facciamolo questo passo avanti nel nostro personale futuro !!

 

GLI ELEMENTI PORTANTI

Dopo aver premesso che fare spettacolo, coinvolgere e procurare emozioni sono la cosa principale dell’opera artistica definita diaporama, tutto il resto viene da se. Elemento portante diventa solo uno: lo spettacolo (drammaturgia) che nasce dalla sceneggiatura (il climax). Per dare vita alla sceneggiatura (e fare spettacolo) utilizzeremo tutti gli elementi possibili ed immaginabili che ci offre la nostra fantasia, i mezzi tecnici usuali di cui disponiamo, i mezzi tecnici nuovi che possiamo

inventare oppure introdurre in un diaporama. Tra tutti i mezzi a disposizione ci sono quelli di base, quelli senza dei quali non possiamo parlare di diaporama ovvero: proiettori per diapositive  (e relative diapositive, non semplici fotografie) e supporto sonoro. Dire a questo punto che elemento portante sia la fotografia o la musica è quanto di più errato. La musica è importate SE E QUANDO SERVE. La fotografia è essenziale in un reportage di viaggio ma non lo è affatto se voglio rappresentare (per es.) lo sgomento che mi procura un determinato evento, come la bomba su Hiroshima; in quel caso il buio della notte post-atomica sarà (forse) più incisivo della raffigurazione di un rudere o di un volto piangente (questo infatti equivale a tornare al reportage).

Tutte le componenti diventano soggettive e accessorie. Chi l’ha detto che le lampade dei proiettori debbano aprirsi alla massima potenza? Abbiamo un’opera che inizia con una accensione bassissima delle lampade………ed il commento che esce durante la proiezione (dagli spettatori riteniamo più distratti) è sempre lo stesso:”…gli si sono rotti i proiettori…” Immaginate una splendida torta nuziale che entra accompagnata da due bellissime hostess, a luci spente, con il salone illuminato con candele colorate e con un azzeccato sottofondo musicale (lo spettacolo). La torta è composta di panna, ciliegie, orpelli, ma anche di un telaio per sorreggerla, di un tavolino con le ruote per favorirne l’ingresso trionfale in sala. Non manca l’orchestrina, le hostess vestite, tutto è contorno e sostanza dello spettacolo. Immaginate la stessa torta (buonissima) che entra tutta sfatta su un tavolaccio senza nessun preavviso. Gli ingredienti (la sostanza, gli elementi portanti) sono gli stessi. Il gusto identico. Manca lo spettacolo. Manca tutto! Il diaporama è la stessa cosa. Abbiamo gli ingredienti di base (foto, musica, ecc.) che devono essere dosati, montati, assemblati COERENTEMENTE in modo da generare uno spettacolo (Settimo punto). Ecco che allora assumono lo stesso valore tutte le componenti, poiché se una eccede l’altra, oppure se una è sproporzionata o manca del tutto, la sceneggiatura ne risente, in quanto non animata completamente, lo spettacolo langue,il pubblico non si coinvolge.

 

 

CONCLUSIONI

Questa concezione, apparentemente rivoluzionaria, ci porta in modo naturale, a riconsiderare gli aspetti che prima erano portanti. Musica, fotografia, ritmo, sono come i piedistalli su cui poggia la nostra torta-diaporama. Se la torta pesa tanto e un appoggio è debole (es. il montaggio) l’impalcatura crolla. La torta non si regge, lo spettacolo non decolla, il pubblico si annoia ! Se la torta è leggera leggera, il sostegno (la fotografia) non serve che sia monumentale. Ci troveremmo di fronte ad un mostro con una testa piccolissima e due gambe gigantesche!  Allora grande merito ed importanza al montaggio, piuttosto che alla fotografia, ma attenzione a non partire da questi per arrivare al giudizio. Non si spiegherebbe perché ai concorsi cinematografici vince il film , ma i premi speciali a regia, montaggio, ecc. vanno ad altri film.

Allora proponiamo questo sistema di giudizio di un diaporama:

 

1. Guardare almeno due volte lo stesso lavoro.

2. Appuntare le sensazioni, le emozioni, gli stati d’animo che il montaggio produce

3. Sottolineare eventuali momenti (anche brevi) di noia e/o torpore oppure di forte tensione

4. Attribuire un giudizio E NON UN VOTO – a queste sensazioni a pelle (ovvero al risultato drammaturgico)

5. Attribuire un giudizio E NON UN VOTO – alla sceneggiatura (che in tantissimi casi non esiste e che , viceversa, deve sempre essere curata)

 

Dopo questa prima fase noi siamo in gradi di dire :

 

1) se il lavoro è riuscito o meno

2) quale lavoro, tra tutti quelli visionati, è stato più efficace degli altri (ci ha coinvolto più degli altri)

 

Quindi si passa alla seconda fase di giudizio: la tecnica spicciola.

 

1. Miglior fotografia

2. Miglior montaggio

3. Migliore colonna sonora

4. Migliore sincronizzazione

5. Premi speciali (interpretazione di attori o voci FC, musiche originali, missaggio, qualità del sonoro, ecc. ci si può sbizzarrire)

 

Ci è già stato fatto notare che i premi sono sempre contati e che non se ne possono dare troppi oltre i soliti: segnalato, 1°, 2°, 3° classificato. Per prima cosa, questa suddivisone di premi, che poi è la stessa dei concorsi fotografici, è assolutamente inadeguata! Mettere sullo stesso piano

una serie di 4 fotografie stampate con un diaporama è davvero inadeguato. Dunque primo imperativo, proponiamo, è quello di mettere mano ad un regolamento (naz/internaz.) di concorsi per AV. Crearne uno nuovo con una nuova metodologia di giudizio ed una conseguente suddivisione dei premi (premio per la migliore colonna sonora, montaggio, sceneggiatura, ecc.) e dei premiati. Noi dobbiamo far crescere questo mezzo artistico, farlo conoscere, creare mercato, circuiti, filoni critici, interesse da parte dei media, da parte degli intellettuali, da parte delle istituzioni. Per riuscire dobbiamo saltare a piè pari nel nuovo secolo. Abbandonare le reticenze, acquisire consapevolezza e sicurezza. Se non lo facciamo, se perseguiamo nel sostenere  teorie vecchie e superate rischiamo che il linguaggio AV muoia. C’è un certo Mauro Contaldi che dice: l’AV è morto! Noi diciamo l’esatto contrario: l’AV deve ancora crescere, ma non uccidiamolo nella culla!

Si sa che se si butta un sasso in acqua, questo genera un cerchio, poi un altro più grande, e poi un altro ancora, ed un altro, ed un alto………….. Noi lo abbiamo fatto, vediamo cosa succede……

 

DTF inc.

Pierfrancesco Fimiani

Camillo Di Tullio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL DIAPORAMA: QUESTO SCONOSCIUTO

•Maggio 5, 2008 • Lascia un Commento

Risposta della DTF inc. alle concezioni purtroppo consolidate sul diaporama.

 

COME SI VALUTA QUESTO – BENEDETTO – DIAPORAMA?

 

Ci sono due grandi problemi che ci assillano da anni :

1. Quali sono gli elementi portanti del diaporama ?

2. Come si valuta un diaporama ?

I due problemi sono collegati , per cui risolvendone uno (gli elementi portanti) si chiarisce anche il secondo.

Sugli elementi portanti si è tutti d’accordo nell’affermare che – essenzialmente – essi siano 3:

 

1. Fotografia

2. Colonna sonora

3. Drammaturgia

 

Nacci propone, su questa base, una scala di valori (espressi in venticinquesimi), aggiungendo grazie alle teorie di Magni, alcuni elementi ulteriori (ritmo, idea, condivisone della tesi). Con questo metodo il problema sembra risolto.

 

Ma ne siamo proprio sicuri?

 

Neanche per sogno, arriviamo noi, quei matti della DTF inc. (e lo ricordiamo che inc. sta per incazzati!), quelli che fanno vedere foto sfocate e sporche, quelli che proiettano i negativi, quelli che utilizzano il buio, quelli che antepongono tutto, ma proprio tutto, alla sceneggiatura, e diciamo: No, amici, non ci siamo proprio!

 

Anzi, ancora più provocatoriamente aggiungiamo: questi parametri ci portano in un vicolo cieco dal quale, per il bene di tutti, occorre uscire  e alla svelta! Secondo noi l’errore nasce proprio da questa ratio:

 

1° definire gli elementi portanti

2° stabilire i criteri di valutazione.

 

Noi siamo convinti che valga il ragionamento opposto:

 

1° stabiliamo il metro di giudizio

2° definiamo gli elementi portanti

 

IL METRO DI GIUDIZIO: vale a dire come si giudica una sequenza di diapositive in dissolvenza.

 

PREMESSA: E’ COSI IMPORTANTE CHE L’AUTORE SAPPIA GIUDICARE ?

In pratica ci chiediamo se questo problema deve riguardare noi autori. Secondo noi sarebbe più logico che riguardasse i critici, i giurati dei concorsi, gli esteti, gli intellettuali.

Loro devono avere gli strumenti per dire se un lavoro è buono o meno, e non chi realizza le opere.

Immaginate il competentissimo Longhi (celebre critico d’arte) oppure – per fare un nome più noto al grande pubblico – Vittorio Sgarbi. Immaginateli mentre tengono una lezione rivolta ai pittori su come si giudica un quadro. Sarebbe un paradosso, tanto che questo esperimento non è mai è stato tentato prima.

Dove vogliamo arrivare? Secondo noi della DTF ad ognuno il proprio mestiere.

C’è chi i lavori li produce, li realizza, e c’è chi li critica. Mescolare le due posizioni è assolutamente deleterio poiché si condiziona la creatività in modo gravissimo. Si verificherebbe un appiattimento brutale dei risultati.

È vero anche che, allinearsi ai critici (i futuri giurati) fa comodo !! Compiacendo il critico si creano opere destinate a grandi successi (?); se so che nella giuria di un determinato concorso c’è Magni, io mi affretto a realizzare un lavoro di immediata comprensione, di buona tecnica e con un tema appassionante e condivisibile. Il risultato al concorso sarebbe scontato (a patto che a giudicare ci fosse solo Magni). Ma mi sono Veramente espresso? Mi sono Veramente fatto coinvolgere dal mio lavoro? Ne sento il legame inscindibile come un padre con un figlio?

 

Allora ci si dirà: imparare a giudicare ci può servire per Migliorare! Tesi per noi assurda ed insostenibile. Il rischio è sempre lo stesso: l’appiattimento. Definire una scala di valori da rispettare durante la realizzazione, la stessa che sarà seguita dal critico a opera completata, vuol dire produrre lavori tutti uguali!

 

Nacci parla chiaro: punti da 1 a 5 per alcuni elementi ben precisi, per cui lo scopo del diaporamista in fase di realizzazione diventa uno solo: raggiungere 5 in ogni voce:

 

Fotografia = 5

Musica = 5

Ritmo = 5 ecc. ecc.

 

Cosi facendo tutte le opere si appiattiscono , diventano uguali l’una all’altra! Per non parlare della condivisibilità della tesi! Con questo criterio nessuno più ci farà vedere il primo giorno di scuola del nipotino (definito banale!). Ebbene noi affermiamo che non esistono temi banali, esistono narrazioni rese banali. Leggete la fattoria degli animali di Orwel. Sembrerebbe un libretto per bambini , con porcellini e conigli parlanti! Eppure è un capolavoro della letteratura.

 

Per cui diciamo che non è importante discutere TRA NOI di come si giudicano i diaporami. Il dibattito critico lasciamolo ai critici. Il nostro compito è produrre cose che ci emozionino nel profondo, che ci coinvolgano completamente.

 

Fatta questa premessa , poiché sembra che il problema valutazione sia essenziale, allora andando contro la nostra idea passiamo oltre e ci apprestiamo a dire la nostra sul tema in questione: COME SI GIUDICA.

 

Magni, forte del suo ascendente, ci viene a dire , dopo aver fatto la solita promessa sillogistica: “…non posso valutare ciò che non capisco! …” ci dice pure che per valutare un diaporama bisogna:

 

 

1. Suddividere il lavoro in due parti: L’interno (!) – L’esterno (!!)

2.    Fare l’analisi Interna

3.    Proseguire con l’analisi esterna

4.    Concludere con il giudizio

Ergo, se ho capito = bel lavoro, se non ho capito un tubo =  brutto lavoro.

 

In pratica:

1.    Vivisezionare il diaporama

2.    Distinguere, con cura, le interiora

3.    Dare un voto a ciascuna parte

4.    Capire che cosa l’autore voleva comunicare, fare media ed emettere il verdetto!

5.     

…..ci viene da pensare…….. anche noi facciamo una premessa, proprio come Magni, e chiediamo:

cos’è un diaporama?

 

E’ chiaro che non vogliamo intendere cosa sia in senso tecnico, ma la sua identità in quanto genere. Un linguaggio, direbbe Magni ? Un hobby, direbbero altri ? Oppure … è come il maiale (come scherzosamente dice il dottor….) dove non si butta mai niente?

 

Ebbene saremo chiari e decisi: il diaporama è una produzione artistica.

Posto ciò, il problema non è come si valuta un diaporama, ma come si valuta un opera d’arte! Attenzione dove opera d’arte non vuol dire capolavoro. Il capolavoro è un’altra cosa.

 

Se accettiamo questa premessa consegue che il diaporamista  produce arte, dunque è un artista. Può produrre pessima arte, arte mediocre, banale, ma pur sempre arte !

Sappiamo che, a questo punto, qualcuno avrà avuto un moto di rabbia, ma sperando che non abbia ancora fatto a pezzi il giornale (anche perché paga per averlo!), provi a accettare le nostre

motivazioni, se non altro per sapere come andrà a finire……

 

Leggiamo il vocabolario  Garzanti alla voce Arte.

“…dicesi arte qualsiasi attività umana a cui si riconosce un valore estetico per mezzo di forme, colori, parole o suoni. (!)…”

 

Altra definizione (4) : “…insieme di tecniche e attività proprie di chi interpreta opere teatrali e cinematografiche o si esibisce in altre forme di spettacolo..

 

Ci sembra che tutti noi, esibendo i loro lavori,  siamo sullo stesso piano dei registi teatrali che non vanno in scena direttamente, ma che presentano lavori da loro ideati e diretti.  Dunque non serve esser d’accordo con noi. Che piaccia o no il diaporama è arte , e chi la produce un artista.

 

Questa tesi è inconfutabile poiché è un dato di fatto.

 

Posto questo immaginate al festival di Venezia Ettore Scola che, con la sua brava calcolatrice giudica un film di Oliver Stone!…. Dunque……  mmmm ……. vediamo un po’…. vediamo l’autore che cosa voleva dire, vediamo quale voto dare alla tecnica,……perché lì ha usato un movimento a salire?….Perché ha lasciato il buio per 3 minuti?….Perché…….Perché…………..ed alla fine la sua calcolatrice sputa fuori il verdetto:

Montaggio = 8

recitazione = 6 

regia = 9 

totale 23.

……….Dov’è L’emozione, l’intensità drammatica, il ritmo del montaggio, l’ambientazione, la forza della sceneggiatura!

Noi riteniamo che la giuria innanzitutto DISCUTE un elaborato artistico poi passa a dare valutazioni estetiche , sicuramente non dà voti ad un compito di matematica! Se sei bravo a procurare coinvolgimento/emozione allora sei un bravo artista altrimenti sei mediocre ma pur sempre artista. Osservando altri autori, parlando con loro, tirando fuori le tue emozioni, di come le hai volute esprimere, sicuramente migliorerai, e non importa se in matematica sei una schiappa!

Noi creiamo, suscitiamo emozioni, istighiamo brividi, sospiri, facciamo sognare, facciamo irritare, illanguidire…..lasciamo spazio ai nostri respiri interni.

Signori noi coinvolgiamo/emozioniamo!

Quelli che ci riescono meglio sono (forse) i più bravi.

Quelli che ci riescono meno devono crescere.

Ecco il metro di giudizio: il coinvolgimento/l’emozione!!

 

Poi c’è la tecnica. La vogliamo valutare? Certamente, ma solo dopo aver stabilito il primo verdetto: mi è piaciuto perché mi ha coinvolto/emozionato. Se l’emozione è scattata vuol dire che il montaggio , la musica, le foto, la regia, tutto nel complesso ha funzionato. Se il coinvolgimento/l’emozione non è scattata allora qualche cosa deve essere andata storta.

Alcuni sostengono che se si potesse visualizzare la realizzazione di un diaporama, al centro ci debba essere il regista, circondato ai vertici dalla fotografia, dalla musica e dal montaggio. Francamente ci sembra un po’ riduttivo.

Secondo noi se si potesse visualizzare la realizzazione di un diaporama, questa avrebbe una forma tridimensionale. E’ la teoria del “settimo punto”, e la visualizziamo utilizzando un disegno che abbiamo ripreso dal film “Stargate”.

 

                                                     

 
 


 

Proviamo a spiegare.

Alla base di tutto (e non solo del diaporama) c’è l’idea! Sembra banale ma è così! Se realizziamo la nostra idea con delle immagini fotografiche avremo, probabilmente, una mostra fotografica;

Se le rendiamo coerenti l’una con le altre avremo una sequenza;

Se la raffiniamo con una buona base musicale, avremo una sequenza sonorizzata;

Se l’arricchiamo con una programmazione adeguata, avremo una certa “tensione ideale” la cosiddetta Drammaturgia.

Ma non basta.

Affinché il lavoro svolto possa veramente coinvolgere, è necessario che gli ultimi 2 elementi (Programmazione e drammaturgia) si sposino con i 4 elementi fondamentali: li intersechino in modo preciso e, le rette, si sa, si intersecano in un unico punto.

E’ solo in questo istante che il settimo punto (che tutti noi cerchiamo) si rivelerà: è lo spettacolo. Qualche cosa che non può esistere senza l’esistenza COERENTE degli altri elementi. Se l’intersezione perfetta (coerenza di fondo) non avviene, non avremo lo spettacolo ( e ciò non significa che non verremo emozionati, ma non verremo coinvolti).

 

E la comprensione a cui tiene tanto Magni ?

Lui dice: non ho capito niente di ciò che l’autore voleva trasmettere, ergo per cui il lavoro è mal riuscito, non si è creato il fare comune.

Questo è il punto più critico, quello che ci allontana anni luce dal Sergio nazionale. Guardiamo un quadro di Mondrian, di Mirò, di Boccioni, di Carrà, guardiamo il celeberrimo concetto spaziale : “attesa” di Lucio Fontana, una perfetta linea nera verticale su fondo bianco, un’opera a prima vista incomprensibile. Come si fa ad associare il concetto di attesa a quella linea, eppure quell’opera è un capolavoro di sintesi, di perfezione, di tecnica. Se qualcuno avesse preteso da Fontana, ma anche da Guttuso o da Picasso (il suo famoso il poeta, è qualche cosa di assolutamente incomprensibile) di dipingere quadri di chiara lettura, di immediata comprensione, allora i maggiori capolavori dell’arte moderna non sarebbero mai nati. Nel diaporama è la stessa cosa. Un montaggio di flash, di cuts, di suoni, rumori, immagini sfocate, delle quali non riesci a comprendere nulla, salvo che ti prendono, ti schiaffeggiano, che ti incollano allo schermo senza fiato cosa vogliono comunicare se non  emozione e coinvolgimento!

Pierfrancesco Fimiani: “….Anni fa sono capitato a Roma nella chiesa di S.Luigi dei Francesi. Vengo attirato naturalmente da qualche cosa di assolutamente meraviglioso. Un dipinto immenso, irresistibile. Senza sapere cosa rappresentasse, chi fosse l’autore, la tecnica utilizzata, il periodo, nulla di nulla, sono rimasto ugualmente rimasto affascinato per oltre un’ora, da un miracolo artistico. Solo dopo mezzora ho saputo l’autore, il giorno dopo ho saputo il valore artistico di quel capolavoro, cosa raffigurasse e il titolo. Era Caravaggio! L’opera un trittico, tra cui la vocazione di S.Matteo….”

Cosa vogliamo dimostrare?

Che alla domanda: è necessario capire, è necessario analizzare, suddividere in interno ed esterno, a noi vien da ridere. Pur non sapendo nulla del quadro di Caravaggio, a Pierfrancesco quella roba lì ha tolto il fiato , gli ha procurato un’emozione indicibile! Ci risiamo allora. Ci si dirà che un diaporama è tutt’altra cosa. Ci si dirà che Boris non è Caravaggio. Certamente (e non si offenda

l’amico Boris se non lo mettiamo alla stessa altezza di Caravaggio!), però il principio di base vale per tutte le forme d’arte, dalla pittura al cinema, dalla scultura alla poesia, dall’architettura alla

cucina, tutte devono coinvolgere emozionare chi vede, chi legge, chi gusta! Il diaporama addirittura, sfruttando più linguaggi, ha molti canali in più per raggiungere lo scopo: la musica, la fotografia, i rumori, il ritmo del montaggio, la recitazione del parlato e, in certe installazioni particolari all’aperto, odori, ambientazioni suggestiva…. tutto concorre a fare spettacolo, dunque a procurare emozioni, brividi, languori, lacrime, irritazione, ma anche indifferenza e noia , poiché non è scritto da nessuna parte che un diaporama susciti sempre sensazioni forti, sensazioni positive. Li è la differenza tra il buon diaporama e un cattivo diaporama.

Pierfrancesco Fimiani:”….M’illumino d’immenso…. scriveva Leopardi. Che vuole dire questa poesia brevissima? È un accostamento di 4 parole di cui due apostrofate. Che differenza di lunghezza con l’Adelchi di Manzoni oppure con i Sepolcri di Foscolo. Ma cosa vogliono dire quelle 4 parole,

qual è il significato reale, l’interpretazione critica? Ci sono libri interi dedicati solo a questa poesia. Io, da ignorante totale, non so nulla di tutto ciò. So solo che ogni volta che rievoco queste 4 paroline, sento un piccolo brivido lungo il braccio! Tra me e Leopardi è nata una comunicazione altissima. Cosa Lui voleva dirmi non lo so.. ma ci siamo parlati ugualmente!…..”

 

Cari diaporamisti, perché voi vi esprimete con questa tecnica?

Qual’è il vostro obiettivo?

Vi diciamo il nostro: coinvolgere chi ci guarda.

Con questo obiettivo , che altro non è se non la famosa drammaturgia, tutto passa in secondo piano: la fotografia, la colonna sonora, il montaggio, la sincronizzazione, la terza immagine, tutto ……. Per questo sosteniamo con forza che noi dobbiamo ispirarci in tutti i sensi al cinema che costituisce – molto più della fotografia – il nostro punto di riferimento principale. Molte questioni aperte tra di noi , sono state già sollevate, analizzate e risolte decine di anni fa in campo cinematografico. Quindi facciamolo questo passo avanti nel nostro personale futuro !!

 

GLI ELEMENTI PORTANTI

Dopo aver premesso che fare spettacolo, coinvolgere e procurare emozioni sono la cosa principale dell’opera artistica definita diaporama, tutto il resto viene da se. Elemento portante diventa solo uno: lo spettacolo (drammaturgia) che nasce dalla sceneggiatura (il climax). Per dare vita alla sceneggiatura (e fare spettacolo) utilizzeremo tutti gli elementi possibili ed immaginabili che ci offre la nostra fantasia, i mezzi tecnici usuali di cui disponiamo, i mezzi tecnici nuovi che possiamo

inventare oppure introdurre in un diaporama. Tra tutti i mezzi a disposizione ci sono quelli di base, quelli senza dei quali non possiamo parlare di diaporama ovvero: proiettori per diapositive  (e relative diapositive, non semplici fotografie) e supporto sonoro. Dire a questo punto che elemento portante sia la fotografia o la musica è quanto di più errato. La musica è importate SE E QUANDO SERVE. La fotografia è essenziale in un reportage di viaggio ma non lo è affatto se voglio rappresentare (per es.) lo sgomento che mi procura un determinato evento, come la bomba su Hiroshima; in quel caso il buio della notte post-atomica sarà (forse) più incisivo della raffigurazione di un rudere o di un volto piangente (questo infatti equivale a tornare al reportage).

Tutte le componenti diventano soggettive e accessorie. Chi l’ha detto che le lampade dei proiettori debbano aprirsi alla massima potenza? Abbiamo un’opera che inizia con una accensione bassissima delle lampade………ed il commento che esce durante la proiezione (dagli spettatori riteniamo più distratti) è sempre lo stesso:”…gli si sono rotti i proiettori…” Immaginate una splendida torta nuziale che entra accompagnata da due bellissime hostess, a luci spente, con il salone illuminato con candele colorate e con un azzeccato sottofondo musicale (lo spettacolo). La torta è composta di panna, ciliegie, orpelli, ma anche di un telaio per sorreggerla, di un tavolino con le ruote per favorirne l’ingresso trionfale in sala. Non manca l’orchestrina, le hostess vestite, tutto è contorno e sostanza dello spettacolo. Immaginate la stessa torta (buonissima) che entra tutta sfatta su un tavolaccio senza nessun preavviso. Gli ingredienti (la sostanza, gli elementi portanti) sono gli stessi. Il gusto identico. Manca lo spettacolo. Manca tutto! Il diaporama è la stessa cosa. Abbiamo gli ingredienti di base (foto, musica, ecc.) che devono essere dosati, montati, assemblati COERENTEMENTE in modo da generare uno spettacolo (Settimo punto). Ecco che allora assumono lo stesso valore tutte le componenti, poiché se una eccede l’altra, oppure se una è sproporzionata o manca del tutto, la sceneggiatura ne risente, in quanto non animata completamente, lo spettacolo langue,il pubblico non si coinvolge.

 

 

CONCLUSIONI

Questa concezione, apparentemente rivoluzionaria, ci porta in modo naturale, a riconsiderare gli aspetti che prima erano portanti. Musica, fotografia, ritmo, sono come i piedistalli su cui poggia la nostra torta-diaporama. Se la torta pesa tanto e un appoggio è debole (es. il montaggio) l’impalcatura crolla. La torta non si regge, lo spettacolo non decolla, il pubblico si annoia ! Se la torta è leggera leggera, il sostegno (la fotografia) non serve che sia monumentale. Ci troveremmo di fronte ad un mostro con una testa piccolissima e due gambe gigantesche!  Allora grande merito ed importanza al montaggio, piuttosto che alla fotografia, ma attenzione a non partire da questi per arrivare al giudizio. Non si spiegherebbe perché ai concorsi cinematografici vince il film , ma i premi speciali a regia, montaggio, ecc. vanno ad altri film.

Allora proponiamo questo sistema di giudizio di un diaporama:

 

1. Guardare almeno due volte lo stesso lavoro.

2. Appuntare le sensazioni, le emozioni, gli stati d’animo che il montaggio produce

3. Sottolineare eventuali momenti (anche brevi) di noia e/o torpore oppure di forte tensione

4. Attribuire un giudizio E NON UN VOTO – a queste sensazioni a pelle (ovvero al risultato drammaturgico)

5. Attribuire un giudizio E NON UN VOTO – alla sceneggiatura (che in tantissimi casi non esiste e che , viceversa, deve sempre essere curata)

 

Dopo questa prima fase noi siamo in gradi di dire :

 

1) se il lavoro è riuscito o meno

2) quale lavoro, tra tutti quelli visionati, è stato più efficace degli altri (ci ha coinvolto più degli altri)

 

Quindi si passa alla seconda fase di giudizio: la tecnica spicciola.

 

1. Miglior fotografia

2. Miglior montaggio

3. Migliore colonna sonora

4. Migliore sincronizzazione

5. Premi speciali (interpretazione di attori o voci FC, musiche originali, missaggio, qualità del sonoro, ecc. ci si può sbizzarrire)

 

Ci è già stato fatto notare che i premi sono sempre contati e che non se ne possono dare troppi oltre i soliti: segnalato, 1°, 2°, 3° classificato. Per prima cosa, questa suddivisone di premi, che poi è la stessa dei concorsi fotografici, è assolutamente inadeguata! Mettere sullo stesso piano

una serie di 4 fotografie stampate con un diaporama è davvero inadeguato. Dunque primo imperativo, proponiamo, è quello di mettere mano ad un regolamento (naz/internaz.) di concorsi per AV. Crearne uno nuovo con una nuova metodologia di giudizio ed una conseguente suddivisione dei premi (premio per la migliore colonna sonora, montaggio, sceneggiatura, ecc.) e dei premiati. Noi dobbiamo far crescere questo mezzo artistico, farlo conoscere, creare mercato, circuiti, filoni critici, interesse da parte dei media, da parte degli intellettuali, da parte delle istituzioni. Per riuscire dobbiamo saltare a piè pari nel nuovo secolo. Abbandonare le reticenze, acquisire consapevolezza e sicurezza. Se non lo facciamo, se perseguiamo nel sostenere  teorie vecchie e superate rischiamo che il linguaggio AV muoia. C’è un certo Mauro Contaldi che dice: l’AV è morto! Noi diciamo l’esatto contrario: l’AV deve ancora crescere, ma non uccidiamolo nella culla!

Si sa che se si butta un sasso in acqua, questo genera un cerchio, poi un altro più grande, e poi un altro ancora, ed un altro, ed un alto………….. Noi lo abbiamo fatto, vediamo cosa succede……

 

DTF inc.

Pierfrancesco Fimiani

Camillo Di Tullio