IL SEMINARIO DIAF E LA “MINACCIA” VIDEORAMA

Nel 2005, di ritorno dal Seminario Diaf di Garda scrissi questo articolo che mi sembra molto attuale. 

Mi chiamo Pierfrancesco Fimiani, sono delegato regionale e membro del direttivo dell’Aternum Fotoamatori Abruzzesi di Pescara. Assieme al mio amico Camillo Di Tullio realizzo diaporami dal 1991. Lavoro da oltre dieci anni nei settori dell’animazione, dello spettacolo e dell’organizzazione di eventi e manifestazioni. Ho partecipato personalmente ai seminari di Salsomaggiore, Torri del Benaco e Garda.

Ebbene, il Seminario DIAF, dal mio punto di vista certamente influenzato dalle mie conoscenze professionali, è di ottima qualità e i risultati, in termini di presenze crescenti, si vedono.  Lo staff è affiatato, le responsabilità e i compiti sono ben ripartiti. La sistemazione alberghiera è di livello accettabile, considerato il periodo di bassa stagione e la necessità di disporre di strutture con adeguate sale di proiezione. L’impianto audio non è sempre di buon livello, tuttavia il noleggio di service professionali costa centinaia di euro, dunque non si può addebitare all’organizzazione una scelta tanto decisiva in termini di risparmio. In definitiva, quindi, il giudizio è buono, sotto tutti i punti di vista.

Tuttavia qualche cosa può e deve cambiare. Mi riferisco alla selezione dei lavori, alla loro classificazione e, soprattutto, all’approfondimento critico.

Classificazione e selezione.

In un mio intervento al Seminario di Torri, tre anni fa, rilevai la necessità di suddividere per generi i lavori da proiettare. Sembra che questa esigenza stia diventando sempre più sentita e mi auguro che si giunga in tempi rapidi ad una catalogazione che guidi pubblico e critica alla visione e al giudizio di un AVF.

Io ritengo che – durante il seminario – i “salti” tra diaporami siano deleteri, poiché impediscono i raffronti, negano la possibilità di capire le tendenze e le impronte stilistiche, scoraggiano la nascita di filoni o scuole. Classificare per poi selezionare, selezionare per ridurre i tempi, ricavando maggiore spazio per la discussione.

Al termine di una sessione di proiezione arriviamo tutti stanchi… intellettualmente e fisicamente; per non dire annoiati.  Abbiamo visto di tutto su quello schermo. Siamo passati dal reportage africano alla proiezione didattica per la scuola. Siamo balzati con indifferenza dal diaporama brillante a quello storico o della memoria. Ci siamo compiaciuti del diaporama poetico per essere catapultati in quello di genere. Lo spettatore, in questo modo, “soffre”. Selezionare vuol dire non proiettare tutti i lavori. La scelta è dolorosa, non se ne dubita, ma occorre aver il coraggio di operarla per permettere a tutti di crescere. È condivisibile quanto scrive il Sig. Callioni sull’ultimo numero del notiziario, ovvero: quali sono i diaporami migliori? Quale gran giurì stabilisce chi sta dentro e chi sta fuori?  Tuttavia, il legittimo diritto di chi vuole proiettare tutti i lavori si scontra con quello degli spettatori (che hanno diritto a non annoiarsi), con quello degli altri autori (che hanno diritto ad un commento approfondito ed uguale per tutti), ed infine con quello del seminario stesso, che ha il diritto/dovere di essere contenuto entro tempi accettabili e fasi di lavoro che siano le più possibili snelle. Una soluzione (chiamiamola pure compromesso) deve essere trovata. Sicuramente, alla luce di queste considerazioni, i concorsi a tema non possono più avere spazio, anche perché non apportano quegli elementi di crescita che sono in linea con un seminario.

Riducendo i tempi, attraverso la classificazione e la selezione, in sala si affronterà, finalmente, un discorso approfondito che esuli dalla tecnica per approdare all’analisi poetica dell’opera.

Ma siamo giunti al secondo dei punti che voglio trattare.

L’approfondimento critico.

Per quale motivo nessun commentatore si preoccupa di recensire un diaporama sulle pagine del Fotoamatore? Il fatto è curioso se si considera che, sulla nostra rivista, oggi FOTOIT, si legge di tutto e di tutti, eccetto che di diaporama e diaporamisti. Al massimo troviamo brevi resoconti post evento, come quello di Giorgio Tani sul numero di febbraio. A Garda ho addirittura scoperto che il bravo Davighi non è mai stato menzionato per i suoi numerosi successi internazionali…

Tuttavia questo non deve stupire… Possiamo, infatti, affermare che, durante il Seminario, i nostri lavori siano approfonditi criticamente?  Possiamo negare che l’unico tema che ci appassiona sia quello della tecnica? Sono mai stati avanzati (o considerati con interesse) criteri innovativi – o non convenzionali – di lettura? È mai capitato che intellettuali d’altra provenienza, rispetto alla fotografia artistica/amatoriale, abbiano mostrato interesse per i nostri montaggi sonorizzati?

Nel frattempo, su FOTOIT di febbraio (con tre mesi di ritardo), si ammonisce, per l’ennesima volta, che il diaporama “…non è cinema.” .

A questo punto, si deve avere il coraggio di ammettere che:

a)    non c’è interesse nell’approfondimento critico di un diaporama.

b)    il giudizio (il più delle volte finalizzato ad un ordine di classifica) ha il sopravvento rispetto alla lettura critica.

c)    il diaporama è ancora troppo legato alla fotografia e ai suoi tipici e specifici canoni di lettura.

d)    i diaporami non suscitano, mediamente, interesse e passione al di fuori dell’ambiente di chi li produce.

e)    l’ambiente è fermo alle stesse considerazioni che si facevano nel 1991.

Il risultato è che, ancora oggi, a differenza con la fotografia, non esiste una critica diaporamistica, e se esiste non è aggiornata, approfondita e, soprattutto, moderna. Tutto ciò alla vigilia di una rivoluzione tecnico-linguistica senza precedenti.

 Io ritengo che per superare questo stallo si debba trarre spunto, ancora una volta, dal cinema… (!)

 Come si procede nella lettura critica di un film? Riassumo cosa scrive il critico Paolo Mereghetti:

un critico cinematografico parte dalla sceneggiatura, analizza il contesto storico, artistico dell’opera, sottolinea le interpretazioni degli attori e, per completare la sua analisi, non prescinde mai dalla storia dell’autore, da chi esso sia e da cosa rappresenti nell’ambiente. 

Anche in un diaporama l’analisi critica potrebbe partire dalla sceneggiatura (l’idea), ma, soprattutto, perché non insistere maggiormente sulla conoscenza dell’autore; sapere chi è, che cosa fa nella vita, da quali esperienze culturali, artistiche e professionale provenga. Sarebbe utilissimo che lo stesso autore parlasse del suo lavoro, di se stesso, della sua anima, del suo sentire… Che affermi, in sostanza, che cosa ha voluto esprimere.  Sarebbe proficuo, oltre che interessante, che spiegasse gli accorgimenti tecnici, linguistici e stilistici che ha adoperato per manifestare la sua idea e per trasmetterla al pubblico. Mi sarebbe piaciuto, in base a questo criterio di analisi, che il Sig. Groppi, autore di “Ritorno a Barbiana”, avesse spiegato di persona, e a caldo, il suo lavoro, e non dopo mesi sulle pagine del notiziario.

In definitiva, approfondire vuol dire mettere in secondo piano il fattore tecnico, ma per fare ciò bisognerebbe dare per scontato che tutti i diaporamisti siano discreti fotografi, oppure che siano tutti competenti in fatto di montaggio e scelte musicali; così facendo, quell’insopprimibile istinto a giudicare una determinata scelta artistica  potrebbe, finalmente, venir meno…

 Alla luce di questa impostazione, ecco che, nel momento in cui si guarda uno spettacolo AV, sorgono altre questioni:

1)    chi è l’autore.

2)    cosa ci vuole raccontare.

3)    perché ce lo vuole raccontare.

Ed infine il quarto punto, il fattore più squisitamente tecnico:

4) Come ce lo racconta..

 Alla luce di questa impostazione, la questione sollevata dal Sig. Zanetti, sull’utilizzo delle immagini riprodotte, acquisisce un senso differente, più moderno: se queste sono state strumentali ad un concetto, ben vengano; se sono state utilizzate casualmente, e senza adeguata motivazione artistica, allora possono essere discusse.  Alla luce di questa impostazione, la questione che riguarda l’uso del parlato, suggerisce altre chiavi di lettura: cosa viene detto, quale è il concetto espresso, come viene espresso e perché – a volte – la voce prevale sull’immagine fotografica. Alla luce di questa impostazione, la questione che riguarda la qualità dell’immagine fotografica assume un connotato più interessante: se descrivo un disagio psicofisico, l’immagine sfocata (o volutamente sporcata) potrebbe essere drammaturgicamente più efficace, ed avere maggiori capacità evocative, rispetto ad una fotografia nitida e colorata.

 Ecco che, finalmente, il commento tecnico segue quello critico, e non viceversa.

Qualcuno obietterà che è pura utopia, che non c’è il tempo materiale per analizzare i lavori secondo questo schema. Altri diranno che non tutti i lavori meritano questo approfondimento.

Non sono considerazioni sbagliate, ma una soluzione, anche qui, deve essere trovata, altrimenti il nostro genere sarà destinato alla fruizione di pochi appassionati.

Io da artista, da creatore di emozioni, non ho grandi poteri. Posso solo continuare a ideare – e a mettere in scena – spettacoli emozionanti, con la speranza che pubblico e critica si interessino alle mie produzioni. Ma non posso essere solo in questo sforzo. Il mio obiettivo deve essere condiviso da tutti i diaporamisti. Tutti noi abbiamo il compito di avvicinare gente comune e critica, in una parola: divulgare il genere.Ma facendolo dobbiamo avere il coraggio di mostrarlo nella sua versione artistica migliore, nella sua versione moderna, senza preclusioni, senza limitazioni teoriche o generazionali…

 A questo punto del discorso si inserisce bene una parentesi che conferma le mie perplessità legate alla delimitazione del genere a pochi interessati. All’arrivo a Garda ho letto, sul manifesto pubblicitario del Seminario, il seguente sottotitolo alla manifestazione: “…proiezioni di viaggi e divertimento”.  Questo slogan non mi stupisce, e mi preoccupa!

Preoccupa che il diaporama artistico sia ancora accomunato alle proiezioni domestiche che si fanno tra amici di ritorno dalle vacanze. Stupisce che a fare questa associazione di idee non sia un inesperto o un profano, ma che siano gli stessi diaporamisti, ovvero gli addetti ai lavori, i primi che dovrebbero dare considerazione e valore alla propria arte.

Io penso che l’AVF (come genere) sia un mezzo artistico vero, efficace più di altri per esprimere pensieri e stati d’animo, su tutti gli argomenti. Da chi, se non da noi addetti ai lavori, può provenire lo stimolo adeguato per far capire al grande pubblico che cos’è un diaporama, che valore abbia per la cultura e l’arte e che potenzialità nel suscitare emozioni…

Il pubblico, la Fiaf, il mondo della cultura in genere, vanno dunque educati ad una considerazione più alta e moderna del genere. E per farlo occorre scrollarsi di dosso i preconcetti, tanti, che circondano questa bella arte. Uno di questi è quello che si desume dal manifesto di Garda, la teoria secondo la quale il pubblico profano preferisca i diaporami facili rispetto a quelli di concetto.

Io non credo che il cinema avrebbe avuto lo stesso successo se si fosse limitato a far vedere sequenze spettacolari, come agli inizi accadde con la mitica locomotiva impazzita che sembrava fuoriuscire dallo schermo. Il cinema si avvicinò all’arte, e dunque al successo planetario, quando iniziò a raccontare… e anche un diaporama, per fortuna, ha questa capacità… e lì dove c’è un messaggio non esiste pubblico profano che non sia in grado di capirlo.

Conclusioni.

Il futuro del diaporama è reso incerto dallo sviluppo tecnologico; con il declino della diapositiva, il nostro mondo, fatto di diaproiettori e centraline, scomparirà. Apprendere che un ragazzino ignori cosa sia un diaproiettore o, peggio, una diapositiva, è sconvolgente per chi, come me, ama questa tecnologia!

Le avvisaglie di questa rivoluzione tecnologica finalmente si avvertono anche nel nostro ambiente.

Oggi si parla e si scrive con sempre maggiore frequenza di nuove apparecchiature, ma purtroppo si insiste sulla parte tecnica e perfino terminologica (diapo/video/rama), invocando, allo stesso tempo, rispetto per i vecchi canoni, le solite consuetudini e i tradizionali criteri di giudizio.

Parliamoci francamente, il diaporama non corre il rischio di diventare videorama. Il diaporama è già videorama; la differenza terminologica è perfino superflua.

Questa rivoluzione tecnica produce straordinarie innovazioni linguistiche che potrebbero farci dimenticare le vecchie formule. Fotografie originali, musica, durata, sintesi, dissolvenza, terza immagine… tutti concetti  che non avranno più lo stesso peso…

Quale la scelta? Adeguarsi oppure proseguire nel vecchio modo di concepire il genere?

Non ho una risposta valida che accontenti tutti, quello che mi sento di dire è che chi pensa in modo tradizionale non imponga il suo credo a chi è ansioso di sperimentare nuove strade; gli obiettivi, in fin dei conti, sono sempre gli stessi. Chi crede nel diaporama tradizionale continui a farlo. Chi crede in un diaporama sempre più video, non si dia al cinema, ma crei uno stile diaporamistico nuovo. I tradizionalisti guardino con interesse alle nuove frontiere del genere. Gli innovatori sappiano che nulla si può inventare senza prima aver conosciuto e frequentato l’AVF tradizionale.

Il vecchio diaporama muore… Viva il nuovo!

 (2005)

~ di pierf67 su Giugno 29, 2009.

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